Psicoterapia e disagio psichico, tra nuove conoscenze e tradizione

Autore: Francesco Scarito

Stiamo vivendo un cambiamento epocale nel campo della psicoterapia, qualcosa che inevitabilmente ci porterà verso metodi più efficaci nella cura del disagio psichico. Questa rivoluzione è sicuramente veicolata, negli ultimi vent’anni, da tutte le conoscenze che stiamo accumulando sul cervello ed il suo funzionamento. Ma non solo. Siamo sempre più in grado di focalizzare quei processi di interazione cervello-mente-corpo-relazioni che rendono unico ogni singolo individuo.

Quando ho iniziato a lavorare come psicoterapeuta, all’incirca una trentina d’anni fa, esistevano due discipline assai distinte l’una dall’altra. Una era la Psicoterapia, l’altra erano le Neuroscienze e tra gli psicoterapeuti, abituati al chiuso dei propri studi ed i neuroscienziati abituati ai laboratori, microscopi ed elettrodi, esisteva una distanza assolutamente incolmabile. Lo stesso mondo delle psicoterapia, era estremamente frammentato (ancora oggi inspiegabilmente in parte lo è). Modelli, teorie, scuole di pensiero differenti, evidenziavano modi diversi nella cura del disagio e del cambiamento mentale, che hanno rischiato fortemente di confondere idee e fiducia in chi si accostava con il bisogno di essere aiutato. A volte si aveva l’impressione che ad esistere non fosse una psicoterapia ma tante psicoterapie diverse.

Negli anni ottanta del secolo scorso, inoltre, la ricerca farmaceutica aveva dato lustro alla neurochimica del cervello, promettendo soluzioni veloci al disagio umano. L’avvento della tecnologia di immagini avanzata ha operato una immediata svolta permettendoci di guardare meravigliati al cervello e a tutti quei processi che avvengono al suo interno. Lasciati per la prima volta elettrodi e microscopi, i neuroscienziati hanno permesso di far vedere cosa succede  realmente dentro il cervello e il corpo, mentre gli individui pensano, provano emozioni e compiono azioni. Questa nuova prospettiva ci ha portato rapidamente fuori dall’era del Prozac, l’antesignano di tutti gli antidepressivi di nuova generazione che aveva promesso la cura della depressione a partire dai suoi meccanismi neurobiologici, ma che aveva incoraggiato l’idea che la psicopatologia fosse una questione di mero squilibrio chimico che colpisce un organo, il cervello, come potrebbe essere il diabete con il pancreas.

Nel frattempo, il mondo della psicoterapia, non è rimasto inerte. Messe da parte le differenze, ha cominciato a lavorare sui punti in comune, su quei denominatori che rendono efficace la psicoterapia, qualunque fosse l’approccio utilizzato. Cinquant’anni di ricerche mettono in evidenza l’importanza della relazione terapeutica, prima ancora di qualsiasi altra tecnica. Si scopre anche, dati alla mano, che la psicoterapia, quella costruita su una salda, sicura, accogliente relazione umana, è più efficace del farmaco ma anche del placebo. In sostanza gli effetti che produce non possono essere attribuiti ai meri  processi di “suggestione”.

Ma la risposta a come cambia la mente, alla disputa infinita fra psicoanalisti, cognitivisti e psicologi della terza forza, doveva arrivare da fuori e proprio dalle Neuroscienze, che nel frattempo avevano spostato la ricerca su campi di interesse comune con la psicoterapia, come i processi di memoria, le emozioni, la socialità. Si inaugurava così il sodalizio fra neuroscienze e psicoterapia.

È il sogno che si realizza del nonno di tutti noi psicoterapeuti Sigmund Freud, che nel 1895, all’alba della sua carriera di psicoanalista, scrive “Progetto di una psicologia”, in cui si augurava una psicologia appoggiata sulla conoscenza del cervello. Tuttavia,  rendendosi conto dei tempi non maturi e dell’assenza degli  strumenti adeguati per tale ricerca (pensate che il microscopio elettronico sarà inventato solo nel 1920), dovrà farà un passo indietro ed accontentarsi della teoria, ipotesi di come la mente funziona estrapolata da quello che avviene nella stanza della terapia.

Ma quel giorno è arrivato, le macchine che ci guardano dentro, molti dogmi su cui fino ad ora le scienze si erano basate cadono.

Una svolta è arrivata dall’epigenetica, disciplina evolutesi dalla genetica classica e che studia quei complessi modi attraverso cui genoma ed ambiente interagiscono. Il DNA non è più ritenuto il nostro destino, come succedeva con le precedenti conoscenze biologiche. Quello che noi siamo nasce da una interazione fra l’informazione contenuta nel nostro genoma e l’ambiente in cui viviamo. Nell’essere umano per ambiente non intendiamo solo quello fisico, anche, ma soprattutto l’ambiente sociale in cui siamo immersi fin dalla nascita. Le relazioni modificano il modo in cui i geni si manifestano.

Ne consegue la capacità meravigliosa del nostro cervello di adattarsi, di ricevere input ambientali e di cambiare il modo in cui le cellule nervose si connettono creando reti e network o al contrario si disconnettono. Questa capacità la chiamiamo neuroplasticità. In altre parole: la base delle nostre memorie. La neuroplasticità si basa anche su processi di Neurogenesi ovvero su la creazione di nuove cellule nervose, fino ad ora ritenuta impossibile. Altro dogma caduto.

Sintesi: più che i geni a determinare quello che noi siamo sono le relazioni. Il disagio mentale non è frutto di una malattia, ma di un apprendimento non più funzionale alle attuali condizioni di vita. La psicoterapia è una particolare relazione che deve permettere all’individuo nuovi adattamenti favorendo condizione di ri-modellamento e di integrazione nel funzionamento dell’unità cervello-mente e corpo.

Quando io inizio a lavorare in psicoterapia con una persona, so che i problemi che presenterà dipendono da  stili cognitivi ed emotivi, sono la conseguenza del bagaglio genetico, della struttura del cervello, del  temperamento e delle precedenti esperienze, essenzialmente esperienze di attaccamento. Se voglio entrare nella sofferenza di questo individuo per provare ad aiutarlo dovrò fare tante cose: suggerirgli una dieta (si perché Neurogenesi e neuroplasticità sono qualità cerebrali che necessitano del giusto carburante), fargli fare attività fisica, aiutarlo a cambiare le sue abitudini comportamentali e relazionali. Potrò usare tecniche cognitive, psicodinamiche, esperienziali o tecniche per favorire la risoluzione di un trauma nuovo o antico che sia, ad una condizione che siano brain based.

La nostra conoscenza del cervello si è evoluta ed i benefici nei progressi della cura psichica sono già visibili, altri lo diventeranno, ma esiste un fondamento imprescindibile: nasciamo in una relazione, se fortunati d’amore, essa ci modella e ci fa crescere ed è quella con i nostri genitori e se noi psicoterapeuti vogliamo ottenere dei risultati di cura, abbiamo tanto da imparare da quelle prime relazioni, amore compreso.