Nella mente di un pedofilo

Autore: Francesco Mercadante

Il signor X è un nordafricano di quarantadue anni, detenuto presso le carceri siciliane, da noi incontrato e intervistato circa lo stato della detenzione. Tema dell’indagine era il “sistema di linguaggio del detenuto extracomunitario” Grava su di lui la terribile accusa di violenza sessuale ai danni di una bambina di undici anni, figlia della donna alla quale il soggetto si è unito poco dopo l’arrivo in Italia, dove risiede dal 1988. Il signor X è alto un po’ oltre la media, segaligno e si presenta ben curato. Ostenta particolare affabilità, associata a qualche sorriso di circostanza e alcune smorfie di compiacenza verso i propri interlocutori.

Fin dal momento della stretta di mano, all’inizio del colloquio, si mostra disponibile a qualsivoglia indagine, benché questa disponibilità generi immediatamente un paradosso soffocante: <<Ti rispondo sincero, ho sbagliato!>> afferma in risposta alla nostra domanda intorno alle cause dell’arresto; <<hanno immischiato le carte nei miei confronti!>> aggiunge nel corso dell’intervista, considerandosi vittima di un vero e proprio complotto. Il signor X alterna uno stile lineare e narrativo più o meno ricco a uno stile apatico, piatto e freddo, secondo che il tema della discussione sia un episodio accidentale della vita precedente il misfatto o l’iter della pena.

Sulla base dei riscontri della letteratura scientifica, siamo in grado di asserire che il sintomo manifesto altro non è che un sistema velato da un codice e da rappresentazioni simboliche. A fortiori e secondo Senon,[1] si riscontra spesso nella condotta del detenuto il tentativo di far apparire ingiusta e misteriosa la pena e coloro che l’hanno comminata; la qual cosa denuncia già i prodromi di una psicopatologia tutt’altro che latente. Infatti, al culmine della ‘psicopatologa carceraria’, che comincia sempre con disturbi d’ansia, esplode una sorta di delirio d’innocenza, come se il soggetto conquistasse la via della rivelazione e della luce eterna.

Un tema costante dell’inossidabile impianto mentale del signor X è dato dalla presenza inaspettata di un delirio a sfondo persecutorio. Egli, come s’è già detto, si sente continuamente vittima di un complotto ordito ai suoi danni per screditare il suo nome (contenuto ideativo spesso elaborato dal soggetto). Alla persecuzione giudiziaria fa seguito un discorso totalmente disorganizzato, entro il quale Il signor X non è mai in grado né di contestualizzare le trame del proprio discorso né di offrire al proprio interlocutore una ben definita opinione personale. In pratica, non riesce ad essere protagonista delle proprie narrazioni. Il salto semantico, che interrompe spesso la fluidità del discorso, sembra il riflesso di una sorta di atteggiamento schizo-paranoide in cui la componente delirante occulta in parte la consapevolezza. Nel tentativo di ricostruire la sua storia, si scopre che lo svincolo dalla famiglia d’origine è stato abbastanza difficile, forse non s’è mai realizzato del tutto. Il signor X non parla volentieri della propria famiglia: né di quella d’origine né, tanto meno, di quella acquisita in Italia, cosicché ogni riferimento ai due nuclei famigliari si traduce in una produzione di moduli relazionali vuoti.

È universalmente noto che la pedofilia è un Disturbo Sessuale classificato dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali tra le focalizzazioni parafiliche. Nel caso del signor X, non si fa fatica a rilevare una Pedofilia non-esclusiva, ovverosia una manifestazione della parafilia in questione in cui il soggetto è sessualmente attratto sia dai bambini sia dagli adulti. In specie, la sessualità che legava Il signor X alla moglie era condizionata, per così dire, dal ‘pensiero eccitante’ della pratica pedofilica imposta alla bambina. In altre parole, egli riusciva ad avere una vita sessuale con la moglie unicamente nel ricordo di ciò che aveva fatto assieme alla bambina. Il DSM delinea nel modo seguente i criteri diagnostici per la Pedofilia:

  1. durante un periodo di almeno sei mesi, fantasie e impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano attività sessuale con bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli);
  2. la persona ha agito sulla base di questi impulsi sessuali o gli impulsi o le fantasie sessuali causano considerevole disagio o difficoltà interpersonali;
  3. il soggetto ha almeno 16 anni ed è di almeno 5 anni maggiore del bambino o dei bambini di cui al criterio (a);

C’è da specificare inoltre se il soggetto sia sessualmente attratto da maschi, da femmine o da entrambi, se l’attività sessuale si limiti all’incesto e se l’attività parafilica sia di tipo esclusivo (attratto solamente dai bambini) o meno.[2]

L’acme del colloquio si raggiunge nel momento in cui il signor X è interrogato sui fatti. Che cosa è successo? Che cosa ha scatenato l’impulso sessuale verso una bambina di 11 anni? È consapevole di quanto è accaduto? Sì, il signor X ne è consapevole, ma la sua consapevolezza è assai distorta, a tratti oscura. La bambina girava per casa in mutandine e reggiseno; lo provocava, a suo dire, all’attività sessuale; l’atteggiamento della bambina era inequivocabile: girare per casa in mutandine e reggiseno, nonostante gli 11 anni, era un chiaro invito al rapporto sessuale. Ed egli non poteva tirarsi indietro, in qualità di educatore. Non c’era alcunché di sbagliato. Molto di frequente, il pedofilo è convinto di fare una buona azione. Anche se il rapporto sessuale non è alla pari, l’adulto affetto da questa parafilia, spesso sente di dovere assumere una sorta di ruolo pedagogico ni confronti dei bambini coinvolti: egli è un iniziatore attento, educa i bambini all’autentica sessualità. <<Io ho fatto bene a lei! Educata ragazzina: amore, sesso, che ragazzina vuole sapere.>>: questa è la sintesi del pensiero del signor X in merito all’episodio di Pedofilia. Egli, dunque, dice di avere sbagliato solo perché la legge italiana impedisce che tra adulti e bambini ci siano legami sessuali.  La moglie, dal suo punto di vista, non avrebbe dovuto denunciarlo.

Se consideriamo che l’intervistato proviene da una cultura nordafricana, non possiamo fare a meno di bollare come dubbio o, per lo meno, ambiguo l’uso che egli fa dei costrutti summenzionati: usa un’ampia metafora, mostrando di essere a conoscenza di taluni sotterfugi orditi ai suoi danni, ma dichiara più volte, durante l’intervista, di non conoscere appieno le ragioni della sua condanna. L’uso della terza persona plurale nella forma del soggetto sottinteso è, parimenti, abbastanza interessante ai fini della interpretazione dell’ambiguità oggettiva. Infatti, l’assenza di un soggetto determina la presenza di una traccia di riempimento, cioè di una categoria vuota che viene occupata soltanto attraverso un processo di proiezione della grammatica mentale. Tutto ciò, vale a dire tanta arguzia linguistica, non si associa, invece, con lo stadio psicoattitudinale di un parlante che, nel processo di apprendimento della lingua italiana, si mostra confuso e impacciato.  In tal senso, un argomento peculiare del discorso del signor X è racchiuso nell’uso del pronome personale Io, la cui presenza all’interno della frase, quantunque accidentale, sembrerebbe dosata con estrema sapienza. In pratica, ogni volta in cui la conversazione s’incentra sulle ragioni della permanenza presso la casa circondariale, l’Io scompare improvvisamente da tutte gli atti linguistici, dando luogo a forme sottintese, per poi ricomparire in forma quasi occulta attraverso costrutti complementari e, sicuramente, meno importanti. Nelle frasi che seguono, si hanno delle testimonianze essenziali ed esemplari:

  1. IO GIOCA A PALLONE IN TUNISIA
  2. (a proposito della condanna) MANCA SOLLECITO. NIENTE. NO APPELLO

In 2 si riscontra addirittura una forma impersonale, rispetto alla dimensione che lo vede protagonista indiscusso: egli si configura come il deuteragonista di sé stesso. Successivamente, invece, allorché gli si ripropone l’interrogativo fondamentale della conversazione <<Perché sei qui?>>, egli non indugia nel rispondere, ma lo fa con evidenti forzature retoriche: <<Ti rispondo sincero. Ho sbagliato>>. Nell’Ho sbagliato si esaurisce tutta la disponibilità del signor X ad affrontare l’argomento ‘condanna’. Allo stesso modo, noi non possiamo indugiare nell’assegnare una valenza retorica all’intera risposta Ti rispondo sincero. Ho sbagliato: ricorrere all’espressione Ho sbagliato per ammettere tacitamente di essere colpevole di violenza sessuale ai danni di una bambina di undici anni istituisce una litote, la quale è contrassegno simbolico di un processo retorico-linguistico che si esplica nella devianza (la colpa viene attenuata attraverso le circonlocuzioni). Pertanto, al palesarsi della litote segue immediatamente una serie di perifrasi che circondando e delimitano il reato vero e proprio: alcolismo, spaccio e detenzione di droga sono alcuni degli espedienti concausali anteposti come impedimento all’ammissione sperata.

Bibliografia minima

BERTI, F., MALEVOLI, F., 2004, Carcere e detenuti stranieri Percorsi trattamentali e reinserimento, Franco Angeli, Milano

BORGNA, E., 1997, Le figure dell’ansia, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano

CADORNA, G. R., 1985, I sei lati del mondo Linguaggio ed esperienza, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

FERRARIO, F., CAMPOSTRINI, F., POLLI, C., 2005, Psicologia e carcere Le misure alternative tra psicologia clinica e giuridica, Franco Angeli, Milano

GALIMBERTI, U., 1999, Psicologia, Garzanti Libri, Milano

PENNISI, A., BUCCA, A., FALZONE, A., 2004, Trattato di psicopatologia del linguaggio, 2004, Edas Edizioni, Messina

SIEGEL, D. J., 1999, The developing mind, trad. it. di L. Madeddu, 2001, La mente relazionale Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, ed. Raffaello Cortina, Milano

WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti, 1971, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma

WATZLAWICK, P., 1976, How real is real? Communication-Disinformation-Confusion, trad. it. di J. Sanders, 1976, La realtà della realtà, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma


[1] Cfr. SENON, J. L., 1998, Psychiatric de liason en milieu pénitentiaire, trad. it. di L. Ferrannini e P. F. Peloso, 2006, La salute mentale in carcere Psichiatria di collegamento in ambiente penitenziario, Centro Scientifico Editore, Torino.

[2] AA.VV., American Psychiatric Association, pp. 610-611.