“La ricerca dell’amore”: come lo stile di attaccamento influenza la scelta del partner

Autore: Valentina Bellomo

Uno dei quesiti che accomuna, a volte, le persone nel corso della propria esistenza consiste proprio nel porsi le seguenti domande: “Come mai non riesco a trovare l’amore?”, “Come mai non riesco ad incontrare il partner giusto per me?”. Tali domande possono, a volte, apparire scontate ma, in realtà, contengono sullo sfondo schemi di pensiero su di sé e sull’altro, stati d’animo, emozioni e stili comunicativi e relazionali che, spesso, sfuggono alla consapevolezza della persona influenzando, nello stesso tempo, il loro stile di vita e il loro modo di stare al mondo e nella relazione.

Con questo contributo mi propongo, dunque, di fare una riflessione sull’importanza della relazione primaria madre-bambino, che rappresenta il prototipo delle future relazioni d’amore. La relazione con le figure genitoriali dell’infanzia, infatti, condiziona e determina il nostro modello di attaccamento, ossia il modo in cui ci predisponiamo a livello cognitivo, emotivo e comportamentale a vivere tutte le relazioni future, comprese quelle di coppia. È grazie alla teoria dell’attaccamento che possiamo spiegare come un uomo, arrivato all’età adulta, organizzi la propria vita affettiva in funzione dei passati legami di attaccamento, mettendo in luce il ruolo che le relazioni della prima infanzia possono avere nel predire il successo futuro di una relazione di coppia. Se alcuni romantici spiegano l’incontro tra due persone come il frutto del caso, Bowlby pensa che il formarsi di una coppia si fondi sulle capacità del coniuge di confermare le rappresentazioni che sono state costruite su di sé e sugli altri fin dalla prima infanzia. Bowlby ha usato il termine “omeostasi rappresentativa” per spiegare che tendiamo a legarci a qualcuno che non faccia vacillare il sistema di rappresentazioni così saldo in noi.

Alkaim, ad esempio, parlava di “doppio legame interno”, riferendosi al concetto secondo cui “tutto ciò che non ci piace del nostro partner, in realtà, sta solamente proteggendo la nostra visione-rappresentazione del mondo; al tempo stesso, in questo modo, si tende a proteggere e a confermare anche la visione del mondo che appartiene all’altro”. Alkaim, infatti, parla di una sorta di “Gioco della Coppia”, che rappresenta un concetto che potrebbe essere associato al concetto dei “Giochi Psicologici” che avvengono nel momento in cui ognuno dei partner tende a rinforzare la visione del mondo dell’altro. Sembra, dunque, che sia proprio l’attaccamento il filo che tiene unita una coppia, secondo il processo della tipologia di attaccamento che porta i partner a provare certe emozioni durante la loro relazione. Secondo questa teoria, quindi, si potrebbe osservare come l’amore tra partner possa essere riconducibile all’amore che lega un bambino alla madre e come il rapporto madre-bambino possa spiegare il complesso legame d’amore tra adulti.

L’attaccamento originario svolge la funzione di prototipo della sicurezza interiore per l’intera vita della persona, di un bisogno che persiste nel tempo, di una base sicura dalla quale la persona parte per vivere con fiducia la vita in modo autonomo. La bidirezionalità di questo primo scambio, consente al bambino lo sviluppo di un senso di sicurezza e di fiducia in sé, nonché un rafforzamento della relazione tra lui e l’adulto. Se l’adulto sarà responsivo e competente, il bambino si sentirà parte della famiglia anche nei momenti più critici del suo ciclo di vita; si instaura, così, un circolo virtuoso in cui il bambino accrescerà la prpria autostima e la capacità di gestione delle situazioni con cui dovrà confrontarsi. Se qualcosa non funziona in questo primo prezioso scambio relazionale, il bambino potrà mettere in atto comportamenti che possono aiutarlo a difendersi, anche in modo disfunzionale, e tali comportamenti sono fondamentali per la sua crescita e per il suo benessere futuro. L’indisponibilità dell’adulto di riferimento, da cui il bambino dipende per la propria protezione e sopravvivenza, creerà nel bambino una vulnerabilità verso la paura della perdita dell’altro. Questo primo scambio relazionale e la conseguente sicurezza (o insicurezza) interiore che il bambino sviluppa sono connessi alla futura capacità di autorealizzazione. La capacità di affrontare gli eventi in momenti critici o di cambiamento dipenderà proprio dal senso di sé che si è potuto sviluppare in questa fase della vita e il senso di sé e l’autostima si formano e si costruiscono, a propria volta, in funzione di tale relazione primaria. Inoltre, il legame che il bambino sperimenta in questa relazione con il caregiver, modellerà i successivi legami, poiché l’individuo, nel momento del contatto con l’altro, porta con sé tutto il bagaglio delle esperienze precedenti. L’immagine di sé che sviluppa un individuo che ha avuto un attaccamento sicuro è l’immagine di una persona amabile, degna di essere amata, con buona autostima e che ha fiducia negli altri (ma non in modo indiscriminato); questo sarà probabilmente un individuo amabile con le persone amichevoli, in grado di difendersi con chi percepisce ostile, si prenderà cura di sé e delle persone che ama, non si affiderà alle persone che non conosce, sarà selettivo nei comportamenti empatici e nel rivelare sé stesso, saprà appoggiarsi agli altri. La sicurezza interiore e il senso di autostima richiedono la capacità di integrare due bisogni: il bisogno di autorealizzazione (essere sé stessi) e il bisogno di appartenere; il modo in cui l’individuo coniugherà questi bisogni dipenderà anche dalle relazioni primarie che ha vissuto.

“Amiamo Come Siamo Amati”: diversi studi hanno dimostrato come le esperienze di attaccamento nell’infanzia, tendono a determinare in ognuno di noi dei MOI (Modelli Operativi Interni) che contengono la rappresentazione di sé e del caregiver nelle relazioni primarie di attaccamento, organizzano pensieri e ricordi e guidano i comportamenti futuri di attaccamento; i nostri stili di attaccamento, quindi, influenzano lo stile di personalità e di relazione nell’età adulta, regolano l’adattamento all’ambiente e alle persone e possono, inoltre, influenzare la ricerca e la scelta del proprio partner. Si può, dunque, affermare che ogni individuo ha la tendenza a riprodurre stili di attaccamento primario(come una sorta di modalità di adattamento-attaccamento anacronistico) nelle relazioni attuali con gli altri (come, ad esempio, nella relazione con il proprio partner). Tutto ciò sembra coincidere anche con la tendenza a riprodurre un ‘copione’ di vita che, dunque, a propria volta, nella relazione con l’altro tende a creare dei giochi psicologi che, difficilmente, vengono consapevolizzati e sradicati, ma che, nel frattempo, influenzano e dirigono le relazioni tra gli individui all’interno dei vari contesti di vita.

È fondamentale, dunque, che la persona, facendosi anche sostenere da un percorso mirato come, ad esempio, la terapia personale, possa divenire maggiormente consapevole sia del proprio livello intrapsichico che di quello interpersonale per comprendere cosa si attiva al suo interno e cosa accade quando comunica e si relaziona con gli altri.