LA PAZIENTE PUÒ PIANGERE?

Riflessioni del dott. F.Scarito, didatta Sipgi, dopo una prima esperienza di formazione con un paziente virtuale

«Ma la paziente può piangere?»
Fra tutti i commenti ricevuti al termine della nostra prima esperienza di simulazione clinica con un paziente virtuale basato su intelligenza artificiale, questo è stato quello che mi ha colpito di più.
Non perché riguardasse una funzione tecnica del sistema.
Non perché aprisse una questione informatica.
Ma perché, in una sola frase, conteneva il passaggio più importante avvenuto durante la giornata.
Per qualche secondo non stavamo più parlando di una tecnologia.
Stavamo parlando di una paziente.
Quando abbiamo proposto l’esercitazione, il clima iniziale era caratterizzato da curiosità ma anche da una certa diffidenza.
Gli allievi osservavano l’esperimento con un misto di interesse e scetticismo.


Le domande implicite sembravano essere sempre le stesse:
“Vediamo se funziona.”
“Vediamo se risponde in modo credibile.”
“Vediamo fino a che punto riesce a imitare un paziente.”


Era un atteggiamento comprensibile.
In fondo, l’idea di utilizzare un’intelligenza artificiale per simulare una persona in terapia può facilmente evocare immagini di dialoghi stereotipati, risposte meccaniche o descrizioni psicologiche artificiali.
Anch’io, in parte, avevo questa curiosità.
Non sapere fino a che punto sarebbe stato possibile costruire qualcosa di realmente utile alla formazione.
Poi la simulazione è iniziata.
La paziente si chiamava Veronica.
Il motivo della consultazione appariva semplice: una difficoltà ricorrente nell’affrontare situazioni nuove, una sensazione di blocco proprio nei momenti in cui avrebbe desiderato lasciarsi andare.
Nulla di particolarmente straordinario.
Eppure, lentamente, qualcosa ha iniziato a cambiare nell’atmosfera dell’aula.
Il punto di svolta non è arrivato quando Veronica ha raccontato la propria storia.
Non è arrivato quando ha parlato delle sue paure.
Non è arrivato nemmeno quando ha descritto un episodio specifico diventato il centro dell’esplorazione clinica.
Il cambiamento è avvenuto quando l’attenzione si è spostata dall’evento all’esperienza vissuta.
Quando la paziente ha iniziato a descrivere ciò che accadeva nel suo corpo.
La pressione al petto.
Il nodo allo stomaco.
La sensazione di vuoto.
La percezione di non avere un appoggio sotto i piedi.
Gli studenti hanno assistito a qualcosa che non si aspettavano.
La simulazione non produceva soltanto contenuti narrativi.
Manteneva una coerenza fenomenologica.
L’esperienza evolveva.
Si modificava in funzione delle domande.
Si organizzava intorno a sensazioni corporee, emozioni e bisogni impliciti.
Quando il terapeuta rallentava e rimaneva vicino all’esperienza, il racconto si apriva.
Quando accelerava o si allontanava dall’esperienza, la paziente tendeva a chiudersi.
Non era importante che tutto fosse perfetto.
Era importante che il processo fosse riconoscibile.
Che assomigliasse a qualcosa che gli allievi incontrano realmente nelle loro stanze di terapia.
A un certo punto è accaduto qualcosa di ancora più interessante.
L’attenzione del gruppo ha smesso di concentrarsi sulla qualità della tecnologia.
Nessuno stava più valutando il sistema.
Gli studenti stavano osservando il processo terapeutico.
Questa differenza è fondamentale.
Finché osserviamo una tecnologia, restiamo esterni all’esperienza.
Quando iniziamo a osservare il processo clinico, entriamo invece nel campo relazionale che si sta costruendo.
In altre parole, il centro dell’attenzione non era più l’intelligenza artificiale.
Era diventata Veronica.
Ed è probabilmente in quel momento che è emersa la domanda:
“Ma la paziente può piangere?”
Questa domanda merita di essere ascoltata con attenzione.
A un livello superficiale sembra una curiosità tecnica.


Può simulare il pianto?

Può esprimere emozioni intense?


Può descrivere delle lacrime?


Ma credo che il significato più profondo fosse un altro.
La domanda implicita era:


“Questa persona che stiamo incontrando può davvero commuoversi?”


E ancora:
“Possiamo arrivare fino a quel livello di profondità?”


Per un attimo, il gruppo aveva sospeso la propria incredulità.
Non stava più dialogando con un algoritmo.
Stava entrando in relazione con un’esperienza.
Naturalmente Veronica non prova emozioni.
Non soffre.
Non ha una storia reale.
Non possiede una soggettività.
Eppure l’incontro che si sviluppa nello spazio della simulazione può evocare processi sorprendentemente simili a quelli che osserviamo nella pratica clinica.
Non perché la macchina diventi umana.
Ma perché gli esseri umani entrano in relazione con ciò che la simulazione rappresenta.
Da un punto di vista formativo, questo apre prospettive molto interessanti.
Uno dei principali ostacoli nell’apprendimento della psicoterapia è la paura di sbagliare.
Gli studenti temono di interrompere il paziente.
Di fare una domanda inadeguata.
Di non sapere cosa dire.
Di perdere il filo dell’esperienza.
In una simulazione, invece, diventa possibile fermarsi.
Ricominciare.
Provare una strada diversa.
Interrompere il colloquio per una riflessione didattica.
Riprendere successivamente dallo stesso punto.
L’errore non diventa una minaccia.
Diventa materiale di apprendimento.
In questo senso il paziente virtuale non sostituisce il paziente reale.
Non potrebbe e non dovrebbe farlo.
Può però costituire uno spazio protetto in cui allenare alcune competenze fondamentali: l’ascolto, la presenza, la regolazione emotiva del terapeuta, l’attenzione al corpo, la capacità di restare nell’esperienza.
Alla fine della giornata non abbiamo concluso che l’intelligenza artificiale sappia fare psicoterapia.
Non era questa la domanda.
La vera domanda era un’altra.
Può diventare uno strumento utile per formare psicoterapeuti?
La nostra impressione iniziale è che la risposta sia sì.
Non perché sostituisca la complessità dell’incontro umano.
Ma perché può offrire un ambiente sufficientemente ricco da permettere l’esercizio di competenze cliniche autentiche.
Forse il vero risultato della giornata non è stato osservare ciò che l’intelligenza artificiale è in grado di fare.
Forse il vero risultato è stato osservare quanto rapidamente gli esseri umani siano capaci di entrare in relazione quando trovano un’esperienza coerente da abitare.
Per questo continuo a pensare a quella domanda.
“Ma la paziente può piangere?”
Perché in fondo non parlava della paziente.
Parlava di noi.
Del momento in cui abbiamo smesso di osservare uno strumento e abbiamo iniziato a incontrare una persona.