Il corpo nella Psicoterapia della Gestalt

Autore: Chiara Scognamiglio

“Il corpo è l’apertura originaria al mondo, è trascendenza, è un immediato sbocco sulle cose, acquista il suo senso non in se stesso, ma solo in un rapporto di copresenza originario con le cose. Il mondo è il luogo d’abitazione del corpo, è il suo sentirsi a casa. Se parlare del corpo non significa riferirsi a un oggetto del mondo, ma a ciò che dischiude un mondo, quello che scorgo in procinto di agire, o paralizzato dallo sguardo dell’altro, o incoraggiato da un gesto, o piegato dal dolore, non è il mio corpo, ma sono io” (Il rapporto tra corpo e mondo, estratto da un incontro di Umberto Galimberti alla Fondazione Corriere della sera, 5 febbraio 2008).

Le parole di Galimberti sono molto rappresentative di come la Psicoterapia della Gestalt, approccio integrativo-olistico, lavora con il corpo. I terapeuti gestaltisti, pur non intervenendo quasi mai in modo diretto sul corpo del cliente, pongono un’attenzione costante a tutti i movimenti che in esso si verificano, al modo di porsi, alla postura, alla respirazione, alla velocità o alla lentezza dei movimenti, alle manifestazioni della circolazione del sangue (rossori, avvampamenti, pallore, etc.). Il senso del lavoro è proprio volto a sperimentare con il corpo cosa accade all’individuo e come cambia la sua prospettiva ‘se si sente per intero’ e non si limita a riflettere e produrre delle idee. In quest’ottica corporea il ‘sintomo‘ diventa il modo più immediato per entrare in contatto diretto con il cliente e seguirlo nella strada che ha scelto per farci entrare nel suo mondo.

Ovviamente, la strada che il sintomo sceglie per manifestarsi è ‘inconsapevole’ il più delle volte, ma il terapeuta può agevolare il paziente nell’amplificazione di quel sintomo, affinché possa sperimentarlo bene prima ancora di comprenderne il significato. L’amplificazione è un modo per “far parlare il sintomo”, per rendergli la parola e contemporaneamente far sì che di questo diventi consapevole il soggetto che nel sintomo manifesta una parte di sé.Osservare il corpo ci aiuta a comprendere in che modo quel paziente si porta nel mondo, come comunica e come si relaziona e quali sono le emozioni che intervengono ad agevolare o bloccare questi processi. Consapevolizzare questo tipo di processo facilita la comprensione di bisogni e desideri dell’individuo e questo agevola delle azioni più chiare e dirette nel contatto con l’ambiente. Questa è la consapevolezza di “essere il proprio corpo” e non solo di abitarlo per integrare i processi fisici e quelli psicologici in un insieme organico che può consentire uno scambio fluido e non stereotipato con l’ambiente.

Un lavoro terapeutico efficace farà scomparire o ridurre i sintomi che saranno sostituiti da nuovi modi di sentire e di comportarsi più soddisfacenti per l’individuo che, gradualmente, si potrà percepire integro e intero nel proprio corpo e sarà capace di integrare i diversi livelli dell’esperienza, sensoriale, emotiva, cognitiva, immaginativa e spirituale. Nell’essere presente a sé stesso, anche e soprattutto attraverso la consapevolezza della propria corporeità e la presa di responsabilità del proprio sentire, attraverso la riappropriazione delle proiezioni, l’individuo può esprimere i propri sentimenti perché consapevole che non si sentirà perso o schiacciato da essi. Il linguaggio corporeo modula il contatto tramite l’individuazione e l’identità che nascono dall’esperienza della differenziazione, l’essere immediati nelle risposte di incontro-apertura, scontro-chiusura, vicinanza-distanza, gestire noi stessi di fronte ad ostacoli e pericoli, mobilitando le nostre risorse energetiche, selezionare e l’appropriarsi delle novità assimilandole, così da favorire la crescita e lo sviluppo, riformare il confine distinguendo ciò che definisce l’io e il non-io.

Il terapeuta in questo lavoro ha il compito di creare un ambiente emotivamente sicuro ed accogliente e di facilitare il contenimento emotivo affinché  lo sblocco di energie ed emozioni profonde siano espresse in un’azione consapevole. I psicoterapeuti gestaltici utilizzano questa prospettiva sia nei setting individuali che di gruppo, si può ben immaginare quanto quest’ultimo tipo di setting si presta in maniera immediata ed efficace per facilitare il passaggio dei nuovi apprendimenti dell’individuo da un contesto terapeutico a tutti gli altri contesti della sua vita. Il gruppo può essere considerato come una rappresentazione, in piccolo del mondo. Da questa prospettiva deriva una riflessione: quanto sarebbe utile ampliare l’utilizzo di questa modalità in contesti diversi da quelli strettamente terapeutici, in un’ottica preventiva? Pensiamo a contesti scolastici, sportivi, ludici, per citarne alcuni!  O, in un’ottica legata al recupero del benessere, si pensi a contesti aziendali e, in generale, professionali!