Autore: Elena Gigante
Miti e tragedie esprimono con forza non solo i disagi dell’uomo e della società, ma anche la brutalità che trova voce all’interno della parentela più stretta: madri e padri contro figli, figli contro genitori, donne contro uomini e viceversa. È un mondo complesso quello del nucleo familiare con la forza dei sentimenti, dell’emozioni, degli istinti di base. Senza arrivare agli eccessi delle cronache, è vero che in famiglia si consumano i drammi più grandi proprio per l’intensità dei legami, dell’attaccamento, delle aspettative, delle delusioni, delle incomprensioni. Quando un evento giunge improvvisamente, ci stupisce, ma, molte volte, la mente non può, non vuole leggere i tanti segnali di richiesta d’aiuto, come le ribellioni improvvise, che sono da ascoltare tanto quanto i silenzi prolungati, o la trasgressione da prendere in esame tanto quanto la passività. La complessità in cui la psiche umana cresce e si evolve deve potere essere compresa dalle persone che necessitano di potere ‘leggere’ il clima in cui vivono le proprie emozioni.
È importante per noi riconoscere che ogni essere umano si muove, in un ”ciclo evolutivo”, dalla completa dipendenza (“ho bisogno di te”) attraverso la “controdipendenza” (ribellione, trasgressione) fino ad una fase di autonomia in cui c’è il riconoscimento di sé, la capacità di stare soli ma anche di accettare il proprio bisogno dell’altro e sapere chiedere la vicinanza. Il ciclo evolutivo individuale si incontra e spesso si scontra con il ciclo evolutivo della famiglia: in quale punti vi è stasi? Dove si verifica il blocco? Così un ottimo genitore per un figlio piccolo con bisogni di accudimento può essere un genitore iperprotettivo o, all’inverso, un genitore che non sa dare ‘coccole’ riesce a incontrare il bisogno di separazione dell’altro.
Ma possiamo noi essere ”autonomi”, se ci è mancata la possibilità di essere totalmente dipendenti e affidarci alle cure amorevoli con la massima fiducia? Blocchi nei cicli evolutivi, empasse, errori, difficoltà relazionali sono ‘passi’ che tutti compiamo: il problema non è fare sbagli, ma accorgersene e consapevolizzare clima, sensazioni e comportamenti al fine di ripristinare una comunicazione autentica ed efficace. Ricordiamo che, quando c’è un disagio, in qualche modo è espresso, bisogna mettersi delle ‘lenti’ ad hoc per potermi ‘leggerne’ l’espressione.
Il disagio non sempre è correlato a eventi specifici; anzi, può capitare che nasca da atmosfere familiari inconsapevolmente dannose. Che si tratti di silenzi, attacchi, comportamenti infantili, non fingiamo di non vederli o sentirli: sono richieste di aiuto. Ogni membro della famiglia può iniziare a incuriosirsi dell’altro, del suo punto di vista, dei suoi desideri cercando di rispondere senza inserirsi con le proprie attese , le proprie interpretazioni, convinzioni personali che non appartengono all’altro. È un atteggiamento difficile quello di ascoltare l’altro per quello che dice e non filtrandone le parole per sentire ciò che vorremmo! La nostra paura della rabbia può portare a non esprimerla, ma è necessario potersi arrabbiare e potere trovare modi accettabili di esprimere la collera (come si può insegnare qualcosa che non abbiamo appreso?).
È vero che molti disturbi psichici si collegano a inadeguata genitorializzazione, ma chi ha agevolato i genitori in questo importante e difficile compito? Si è passati dall’autorizzarsi al permissivismo e si sono visti i mali dell’uno e dell’altro; si parla di autorevolezza, capacità di esserci affettivamente e dire ”no” con fermezza, ma quali emozioni muove tutto ciò? Il genitore sente il bisogno anch’esso di guida per agire con sicurezza e la migliore è essere agevolati a richiamare alla memoria sé stessi in età, situazioni analoghe e ai desideri connessi. Il genitore può acquisire la giusta sicurezza utilizzando creativamente le proprie esperienze di vita.
Il termine “prevenzione” vuol dire ”venire prima che un evento calamitoso si manifesti”. I tanti fatti di cronaca ci suggeriscono di dare uno sguardo più attento alla complessità dei rapporti familiari: sono tutti matti? Cosa accade? La persona vuole comunicare e, quando non riesce a farlo con le parole, comunica con i gesti, con le malattie, con le azioni, fino agli estremi del suicidio-omicidio, che divengono agli occhi del soggetto l’unica possibilità d’espressione.
Immaginiamo quanto dolore e rabbia dietro quegli atti estremi, quanto refluire di esperienze sgradevoli, di torti subiti o immaginati, di ferite profonde che, se irritate, tendono ad infettarsi. Se la rabbia, la tristezza e le altre emozioni vengono espresse, possono trovare una via costruttiva senza ‘covare dentro’ l’anima fino a risucchiarla.
La famiglia, oggi, come ieri, assolve un ruolo importante per la conservazione e l’accudimento, ma necessità di nuove modalità d’azione in una società mutata, dove i modelli di famiglia sono vari. Non ci si può affidare al ”come si è sempre fatto” giustificandosi con la ”naturalità” della funzione genitoriale: in una società più complessa, le famiglie divengono soggetti bisognosi di interventi preventivi. E tutto ciò che la società ci rimanda è terribile, ma è anche questo un segnale macroscopico dell’aiuto di cui si ha bisogno per divenire più competenti come comunità. Una società complessa richiede interventi sulla complessità.