Autore: Valentina Bellomo
Il fenomeno dell’autolesionismo è più diffuso di quanto si possa immaginare tra i ragazzi: dagli 11 anni, ne soffrono statisticamente 2 adolescenti su 10. Con il termine “autolesionismo” si intendono tutti quei comportamenti di attacco intenzionale al proprio corpo o a parti di esso. Non è certamente un fenomeno nuovo ma, negli ultimi anni, attraverso l’uso dei social network, che fungono come da “veicolo contenitore”e da amplificatore, sembra essersi ulteriormente acutizzato e rischia di diventare un modello di comportamento ancora più devastante e marcato.
L’autolesionismo secondo il DSM
L’autolesionismo o Non Suicidal Self-Injury (NSSI), secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V), è un comportamento molto diffuso anche in Italia ed è stato inserito come categoria diagnostica a sé stante; ciò non significa che i comportamenti autolesivi siano riconducibili ad un’unica modalità di auto-danneggiamento. L’identificazione delle diverse forme che il disturbo può assumere, infatti, risulta utile per fare chiarezza sulla funzione che può assumere tale comportamento e per facilitare specifici interventi tempestivi. I criteri per la diagnosi di autolesionismo proposti nel manuale sono i seguenti:
- Nell’ultimo anno, in cinque o più giorni, l’individuo si è intenzionalmente inflitto danni di qualche tipo alla superficie corporea in grado di indurre sanguinamento, lividi o dolore (per es. tagliandosi, bruciandosi, accoltellandosi, colpendosi, strofinandosi eccessivamente), con l’aspettativa che la ferita porti a danni fisici soltanto lievi o moderati (non c’è intenzionalità suicidaria).
- L’individuo è coinvolto in condotte autolesive con una o più delle seguenti aspettative:
1. ottenere sollievo da una sensazione o uno stato cognitivo negativi;
2. risolvere una difficoltà interpersonale;
3. indurre una sensazione positiva.
c. L’autolesività intenzionale è associata ad almeno uno dei seguenti sintomi:
1. difficoltà interpersonali o sensazioni o pensieri negativi, come depressione, ansia, tensione, rabbia, disagio generalizzato, autocritica, che si verificano nel periodo immediatamente precedente al gesto autolesivo;
2. prima di compiere il gesto autolesivo, si manifesta un periodo di preoccupazione difficilmente controllabile riguardo al gesto che l’individuo ha intenzione di commettere;
3. pensieri di autolesività presenti frequentemente, anche quando il comportamento non viene messo in atto.
Cos’è il Cutting?
Il cutting (in italiano taglio) è la forma di autolesionismo più comune, che si manifesta, in particolare, nei giovani dai 12 ai 22 anni. I dati non sono molti, ma si stima che in Italia siano circa 200.000 i giovani (nel 90% ragazze), che lo praticano. Il cutting consiste nel praticare tagli, incisioni o, in generale, ferire la pelle di gambe e braccia con lamette, coltelli affilati, temperini, punte di vetro, lattine usate. Tale fenomeno sembra avere caratteristiche alquanto cruenti sul corpo della persona ed esprime un evidente disagio che può essere correlato a una molteplicità di fattori. Per comprendere meglio il fenomeno del cutting è sicuramente necessario comprendere, quindi, cosa accade all’adolescente in quella specifica fase del proprio sviluppo e poter valutare, inoltre, quale specifica funzione assume il linguaggio del cutting nell’economia psichica della persona e in quel particolare momento della propria vita in relazione anche al proprio sistema familiare e alla propria specifica cultura.
Le motivazioni-funzioni del Cutting
Il cutting può avere tante funzioni, in quanto può rappresentare una sorta di rito di passaggio, la ricerca di attenzione, la ricerca di auto stimolazione (“sentirsi vivi”), il dirigere verso sé stessi l’aggressività, la ricerca di un limite del sé corporeo. Chi si taglia ha spesso degli amici o dei compagni di classe che lo fanno; per la qual cosa, inizia a farlo per una sorta di emulazione o per aver conosciuto il fenomeno attraverso il web. Il corpo del cutter sembra essere un corpo vissuto come esterno, un oggetto su cui scaricare rabbia e dolore, un corpo vissuto come “dissociato dalle emozioni” e dalla mente (scissione / splitting). Il cutting, dunque, può aiutare i giovani a regolare i propri stati emotivi di rabbia, di frustrazione, il senso di vuoto, la vergogna e il senso di colpa.
Come ci si può accorgere del Cutting?
Chi decide di tagliarsi lo fa di solito di nascosto e cerca di mantenere il segreto su questo comportamento. Eventuali indicatori dell’esistenza del comportamento del cutting possono essere: vestiti non appropriati alla stagione, come indossare esclusivamente camicie o magliette con le maniche lunghe in piena estate; macchie di sangue sui vestiti; ferite, lividi o tagli non spiegati; possesso di oggetti taglienti (rasoi, lamette, forbici, coltellini, aghi, pezzi di vetro); tendenza ad isolarsi; particolare irritabilità; difficoltà ad autoregolare le proprie emozioni; rabbia eccessiva, sensi di colpa o umore depresso; mancanza di legami sociali.
Come si può intervenire?
Risulta fondamentale accogliere la sofferenza e offrire sostegno alla persona, evitando di minimizzare o negare la difficoltà presenti; è molto importate anche che il gruppo dei pari e gli amici del cutter possano comprendere che rimanere in silenzio significa in parte “dare il permesso” di continuare a farsi del male. Chiedere, dunque, aiuto a un professionista competente o a un adulto di fiducia costituisce la strada migliore per la risoluzione della problematica; la consulenza psicologica e la psicoterapia sono il trattamento di elezione per aiutare l’adolescente che ha scelto il self-cutting per esprimere la propria sofferenza, poiché ciò permette alla persona di esplorare e di ‘consapevolizzare’ le proprie emozioni. Spesso, è anche auspicabile un sostegno genitoriale o familiare per aiutare l’intero contesto a gestire il fenomeno e affrontare una sofferenza che, possibilmente, coinvolge più membri del sistema familiare, per quanto espressa solo dal singolo. Infine, è fondamentale poter intervenire in maniera preventiva attraverso, ad esempio, una buona campagna informativa nelle scuole, che potrebbe predisporre ad una maggiore sensibilità e comprensione negli adulti (genitori e insegnanti) e nei ragazzi. È importante, infatti, riuscire a cogliere alcuni segnali caratteristici nei ragazzi che manifestano tale fenomeno comportamentale e predisporsi particolarmente all’ascolto, alla comprensione e all’empatia cercando di dar sostegno piuttosto che stigmatizzare, negare o sminuire un comportamento che, per quanto nocivo possa apparire, rimane l’unico ‘grido di aiuto’ e l’unica forma di sollievo per la persona che lo pratica.