Autore: Rocco Lucido
“Date parole al vostro dolore, altrimenti il vostro cuore si spezza” scrivevaShakespeare nel XVII secolo.
I ritmi frenetici della vita quotidiana, la moltitudine di impegni e obiettivi che ogni giorno siamo chiamati a portare a termine rendono estremamente faticoso l’ascolto dei segnali che il nostro corpo saggiamente ci invia; motivo per cui, spesso, ciò che urla dentro di noi non trova uno ‘spazio’ adeguato per essere espresso. In tutte le persone è comune l’esperienza di sentire dolori e fastidi nel proprio corpo. Poche sono invece le persone che si fermano ad ascoltare davvero il dolore, domandandosi il perché della sua comparsa.
A qualunque età è difficile accettare di non stare bene; più semplice scegliere di ignorare i rumori del corpo diventando sordi e proseguire, finché il corpo non si ferma del tutto. E quando ad arrendersi è il cuore… la persona è costretta a fermarsi davvero.
Ma come mai un cuore si ammala?
Se è innegabile il rapporto mente-corpo, bisogna considerare importante il ruolo dello stress nell’abbassare le difese immunitarie e aumentare il rischio cardiaco. I medici cinesi definivano il cuore “l’imperatore del corpo” e, già in Egitto, si praticava la psicostasia o “pesatura del cuore-anima”. Si era già capito, infatti, che il cuore non è solo un organo, ma è molto di più: è un contenitore di emozioni, di pesi emotivi, di sforzi e fatiche che la persona ha fatto durante la vita. Ecco perché il ‘vivere leggero come una piuma e senza colpe’ era, nell’antico Egitto, il presupposto per guadagnarsi l’eternità.
Ancora oggi si usano pesantezza e leggerezza per descrivere il modo in cui si sta affrontando la quotidianità, sottovalutando, tuttavia, quanto questa frase non sia solo un modo di dire, ma indichi il legame profondo esistente tra mente, cuore ed emozioni. In questo modo, si sottolinea l’importanza di uno stile di vita sano. Una situazione specifica di come il benessere psicologico ha un valore determinante nella salute della persona può essere rappresentato dalla cardiopatia denominata Tako-Tsubo. Definita anche sindrome del cuore spezzato e cardiomiopatia da stress, è una sindrome clinica che può ‘riprodurre’ l’infarto miocardico acuto. Il suo nome deriva dalle alterazioni cinetiche acute del ventricolo, che assume, nella variante classica, una forma simile ad una trappola per polpi (in giapponese tako, cioè polpo, e tsubo, cestello) usata un tempo dai pescatori giapponesi. È preceduta da stress cronico e, in generale, da forme acute di stress. È stato ipotizzato che disturbi ansioso-depressivi, il distress e l’età del soggetto possano contribuire alla fisiopatologia della sindrome.
Più del 90% delle persone colpite sono donne dai 58 ai 75 anni di età. Circa il 2-5% delle persone con disturbi riconducibili all’infarto sono in realtà colpite da questa sindrome.
Quale medicina per un cuore spezzato?
Di solito la sindrome di Tako Tsubo, dopo il primo episodio, non compare nuovamente (non recidiva). Molti medici raccomandano cure a lungo termine con betabloccanti o farmaci simili, che bloccano gli effetti potenzialmente dannosi dell’adrenalina e degli ormoni dello stress sul cuore. Riconoscere e gestire l’ansia può aiutare a prevenire la sindrome: è importante che la persona impari a controllare le proprie reazioni ed emozioni di fronte a situazioni di stress fisico ed emotivo. Sono pertanto consigliate dall’Istituto Superiore di Sanità la pratica di tecniche di rilassamento, una corretta e continua attività fisica e l’assunzione di farmaci ansiolitici.
Da queste premesse risulta sempre più importante, in un’ottica di prevenzione, assumere una ‘medicina centrata sulla persona’, ovvero un intervento di psicoterapia su disturbi psicologici o problematiche relative ad ansia e spettro dell’umore. Inoltre, concedersi l’opportunità di intervenire su strutture di personalità e imparare a gestire in modo più funzionale l’emotività, oltre a permettersi di ottenere benefici direttamente rivolti alla costruzione di difese e risorse per contrastare la possibile insorgenza della sindrome, consente di raggiungere il benessere psicologico e migliorare la qualità della vita, giocando così un ruolo basilare come fattore di protezione generale.
In un ambito di riabilitazione cardiologica, può risultare di fondamentale importanza costruire percorsi di prevenzione secondaria che si prendano cura delle persone in un modo olistico e integrato. Lavorando con un modello di cura integrato, si prende in cura la persona rendendola parte attiva del percorso di guarigione affinché possa riacquistare non solo forza fisica del muscolo cardiaco, ma una maggiore capacità di curarsi.
Come prendersi a cuore?
Vivere il “qui e ora” come giorno unico e irrepetibile, come dono per sé stessi, meritevoli di attenzione e cura: il dramma di una malattia non è solo fatica e sofferenza, ma può essere anche possibilità che il corpo ha per fermarsi e parlare all’anima, imparando a stare in contatto con sé stessi. Ognuno di noi, in quanto organismo vivente, ha un’intrinseca capacità di autodeterminarsi, di crescere nel suo massimo esponenziale. Questo significa anche accettare la vita come una trasformazione, come un’opportunità di evolvere anche dentro una situazione di malattia e sofferenza poiché, se l’identificarsi con l’essere ammalato depotenzia, il realizzare che anche noi abbiamo il diritto di essere felici, ci responsabilizza e ci ridà potere vitale.
L’infarto è un segno visibile di una ferita dell’anima, di emozioni represse, di un ambiente sociale spesso troppo stretto e non salutare. La malattia implica la possibilità di fermarsi e ripartire, in un altro modo. L’accettazione e il cambiamento però, non sono facili e naturali, ecco perché è importante costruire percorsi personalizzati e multidisciplinari che aiutino la persona a prendersi a cuore, a volersi un po’ più di bene.