Autore: Francesco Mercadante
La nostra personalità può influenzare l’interpretazione di ciò che leggiamo, specie se si tratta di un messaggio proveniente da un mittente sconosciuto. Ciò non implica – si badi bene! – che la personalità alteri determinati processi cognitivi o li renda disfunzionali, ma è dimostrato che il nostro ‘modo di essere’ può rivelarsi decisivo, per esempio, in materia di percezione degli errori grammaticali. In buona sostanza, quale che sia il fine di una conversazione digitale, un prestito o una conquista amorosa, gli strafalcioni di chi scrive, in genere, vengono addirittura accentuati da chi legge, cioè considerati come elementi di ‘turbamento’. Ciò accade anche quando gli errori non modificano la natura comunicativo-convenzionale del messaggio. La tesi che abbiamo appena esposta e che illustreremo meglio più oltre, nasce in seno a uno studio svolto da Julie E. Bolan e Robin Queen, If You’re House Is Still Available, Send Me an Email: Personality Influences Reaction to Written Errors in Email Messages, pubblicato su PLOS ONE nel mese di marzo del 2016.
Gli autori, entrambi del Dipartimento di Psicologia dell’Università del Michigan, hanno sottoposto all’esperimento 83 candidati di madrelingua inglese, i quali sono stati valutati secondo il Big Five Questionnaire, un test col quale si studia la personalità sulla base di cinque macroaree psicoattitudinali: estroversione, apertura mentale, gradevolezza, coscienziosità e stabilità emotiva. Successivamente, a ciascuno di loro sono state inviate delle e-mail che riproducevano la risposta a un annuncio di ricerca di un coinquilino. A tal proposito, Bolan e Queen hanno suddiviso i messaggi in tre insiemi: quello con errori grammaticali, quello con errori di battitura e quello privo di ogni genere di errori. In particolare, le parole tramite le quali si è generato l’errore grammaticale erano del seguente tipo: “you’re” al posto di “your” (“replacing you’re with your”). Di conseguenza, com’è evidente, sono state scelte parole omofone ad evidenziare, molto probabilmente, l’incertezza dello scrivente. Diversamente, in quanto all’errore di battitura, s’è utilizzato il modulo “teh” in luogo di “the”.
Il primo dato emerso dall’analisi delle risultanze concerne prettamente la pragmatica del linguaggio: si registra “una tendenza a reagire negativamente a certi modelli di utilizzo, poiché la produzione e la comprensione del linguaggio – come scrivono gi stessi autori – sono basate su rappresentazioni e meccanismi condivisi”. Pertanto, per alcuni soggetti, la violazione della norma potrebbe essere considerata come una sorta di tradimento del ‘patto di comunione linguistica’. Se ne ha una qualche riprova acquisendo gl’indici di tendenza delle reazioni documentati nell’articolo summenzionato: incrociandoli coi dati del Big Five Questionnaire, si scopre, infatti, che i partecipanti più introversi e meno gentili o con un tratto nevrotico erano sensibili agli errori grammaticali e molto poco disponibili a trascurarli. Al contrario, i partecipanti più estroversi esibivano un comportamento di apertura e pazienza, a tal punto da concentrarsi più sul fine comunicativo che sulla forma.
“The primary contribution of the current study is the finding that personality traits influence our reactions to written errors” (Il contributo principale del presente studio è la scoperta secondo cui i tratti della personalità influenzano le nostre reazioni agli errori messi per iscritto).
Coloro che erano sensibili all’errore grammaticale dichiaravano, addirittura, di esserne anche infastiditi; la qual cosa, se teniamo conto del fatto che il contesto non presentava elementi di coinvolgimento emotivo, non entrando nella dimensione personale del lettore-partecipante, ci permette di comprendere in che misura il dettato morfo-sintattico possa cambiare il corso di una relazione che nasce attraverso un canale virtuale. Risultava, invece, del tutto irrilevante l’errore di battitura, verso il quale i rappresentanti di tutte le categorie erano disposti ad avere ogni forma di comprensione. I significanti, non già i significati – attenzione! –, ovverosia i segni linguistici che guadagnano senso attraverso la combinazione con altre parole, come scrive de Saussure nel Corso di linguistica generale, non sono qualcosa di originale che il parlante elabora alla bisogna, ma provengono dalla nostra eredità sociale, dalla nostra identità filogenetica. Di conseguenza, l’errore grossolano, per alcuni soggetti, sicuramente ‘più rigidi’ e coi tratti indicati nello studio, sembra ‘minacciare’, in qualche modo, l’appartenenza al gruppo, una condizione, questa, che presenta una struttura composita. Ciascuno di noi agisce, inconsapevolmente, in difesa dei bisogni primari: l’appartenenza, che include amicizia, affetto, identificazione et similia, è nella parte centrale della Piramide di Maslow e il linguaggio, quale primato della nostra specie, diventa uno degli strumenti più importanti per garantirne il consolidamento.