Riflessioni dopo una giornata di formazione alla SIPGI con il dott.Francesco Paolo Scarito
Ieri una bella giornata di formazione. Trenta allievi, tante domande, curiosità, energia e soprattutto voglia di mettersi in gioco.
Abbiamo parlato di attaccamento. Ma non soltanto di teorie, ricerche e stili relazionali. Abbiamo provato a capire cosa accade quando l’attaccamento esce dai libri e diventa esperienza viva nella stanza della psicoterapia.
Perché l’attaccamento non riguarda soltanto il paziente. Riguarda anche il terapeuta.
Anche noi abbiamo una storia implicita. Anche il nostro corpo ha imparato a riconoscere il pericolo, a cercare sicurezza, ad avvicinarsi o ad allontanarsi. E tutto questo entra nella relazione terapeutica, spesso prima ancora che ce ne rendiamo conto.
Una delle domande più importanti della giornata è stata: uno stile di attaccamento disfunzionale può cambiare?
È una domanda che ci porta al cuore della psicoterapia. Perché se la nostra storia orienta il modo in cui incontriamo gli altri, non significa che debba determinarlo per sempre. L’incontro può diventare il luogo in cui qualcosa di nuovo prende forma.
Abbiamo anche provato a raccontare dove siamo arrivati come scuola e perché continuiamo a definirci integrati.
Le nostre radici umanistiche, fenomenologiche e gestaltiche dialogano con le neuroscienze affettive, motivazionali e del trauma. Non per cercare una spiegazione unica, ma per osservare da prospettive differenti ciò che più ci interessa: come nasce l’esperienza umana e come può trasformarsi.
Da qui il concetto di configurazione emergente: il modo in cui bisogni, sensazioni corporee, aspettative implicite e modalità di contatto si organizzano nel campo della relazione. Un’organizzazione che porta con sé la nostra storia, ma che non è condannata a ripeterla.
Poi è arrivata la parte esperienziale.
E, come spesso accade, è stato proprio lì che la teoria ha lasciato spazio a qualcosa di più difficile da raccontare.
Un’allieva ha condiviso una riflessione che mi è rimasta dentro:
«Ho amato il mio paziente non come terapeuta, non come sostituto della sua mamma, ma come me. E questo mi ha spaventato».
Credo che in queste parole ci sia moltissimo.
C’è il tema dell’attaccamento, certamente. Ma c’è anche qualcosa che va oltre le teorie, le tecniche e i modelli.
C’è il terapeuta come persona. Con la sua capacità di sentire, di lasciarsi raggiungere dall’altro, di riconoscere ciò che accade dentro di sé senza perdere la responsabilità del proprio ruolo.
Perché la vicinanza può spaventare quanto la lontananza. Perché incontrare davvero qualcuno significa anche accettare di essere toccati dalla sua esperienza.
E perché l’amore, quando entra nella relazione di cura, non può essere semplicemente confuso con il bisogno di salvare, possedere o essere indispensabili. Richiede presenza, confini e, qualche volta, la capacità di rinunciare a mettere se stessi al centro.
Mi sono portato a casa una domanda, forse la più bella della giornata:
Quella particolare forma di amore che un terapeuta mette a disposizione di un altro essere umano sofferente può davvero essere simulata?
Non ho una risposta definitiva. Ma credo che valga la pena continuare a interrogarci.
In fondo, era proprio questo il senso del nostro incontro: tra vicinanza e lontananza. Tra il bisogno di esserci e quello di lasciare spazio. Tra il desiderio di raggiungere l’altro e il rispetto della sua libertà.
Grazie agli allievi per la partecipazione, per le domande e soprattutto per il coraggio di portare nella formazione qualcosa di autenticamente proprio.
Alla prossima.