Riflessioni dopo una lezione di formazione con la dott.ssa Elena Gigante
Oggi, in un’aula di specializzandi in psicoterapia, professionisti già esperti e portatori di significative esperienze cliniche, la lezione sulla dissociazione strutturale e sulla metodologia PGI si è trasformata in uno spazio vivo di riflessione e supervisione, individuale e gruppale.
Un’occasione che, oltre all’approfondimento teorico e metodologico, ci ha invitati a interrogarci su una delle dimensioni più delicate del nostro lavoro: come stare accanto alla sofferenza senza avere fretta di modificarla, favorendone la familiarizzazione e riconoscendo, con empatia e senza colpevolizzazioni, la funzione dei modi difensivi che la persona ha sviluppato nel corso della propria storia.
Da qui, la riflessione sui posti sicuri:
luoghi interni ed esterni, ma soprattutto esperienze relazionali, che non possono essere semplicemente promessi attraverso parole rassicuranti. La sicurezza va costruita e calibrata nel rispetto dei tempi della persona, riconoscendo quando sia effettivamente pronta a ricevere e accogliere ciò che le viene offerto. Anche il nutrimento emotivo, per poter essere riconosciuto come tale, necessita di una condizione di sufficiente regolazione e di una relazione in cui sia possibile sentirsi accolti senza sentirsi esposti, invasi o costretti.
Questo ci conduce a una domanda centrale per la nostra identità terapeutica:
Come essere empaticamente alleati mantenendo confini chiari e fermi? Come offrire una presenza accogliente senza colludere con le modalità disfunzionali e porre limiti senza che questi si trasformino, nell’esperienza della persona, in rifiuto o abbandono?
Un equilibrio altrettanto delicato riguarda il rapporto tra le parti funzionanti e quelle emotive. Come sostenere le risorse che permettono alla persona di orientarsi nel presente senza relegare ai margini le parti più vulnerabili, portatrici di paura, vergogna, dolore e bisogni rimasti a lungo inascoltati? E come favorire il dialogo tra queste parti, affinché possano progressivamente riconoscersi senza che le une debbano escludere o sopraffare le altre?
Nel lavoro con il trauma e la dissociazione, i meccanismi difensivi non sono semplicemente ostacoli da rimuovere, ma risposte che hanno avuto, e talvolta continuano ad avere, una funzione protettiva. Comprenderne il significato significa riconoscere la storia che li ha resi necessari, senza perdere di vista la possibilità di sviluppare modalità più flessibili e adeguate al presente. È un processo che richiede attenzione alla regolazione emotiva, rispetto dei tempi individuali e capacità di dosare l’esperienza, evitando tanto l’esposizione prematura al dolore quanto una distanza che impedisca ogni possibilità di contatto e integrazione.
Al di là delle diverse teorie e metodologie, resta fondamentale seguire la via indicata dalla persona, lasciando che sia la sua esperienza a orientare il nostro intervento, senza forzarla entro percorsi prestabiliti.
In questa prospettiva, la metodologia PGI offre una cornice per muoversi tra le diverse dimensioni temporali dell’esperienza, senza privilegiare rigidamente il passato o il presente. Possiamo partire dal qui e ora per avvicinarci al là e allora, quando le esperienze traumatiche continuano a contaminare il presente, condizionando emozioni, percezioni, relazioni e possibilità di scelta. Oppure possiamo accompagnare la persona a ritrovare il presente quando il passato irrompe con un’intensità tale da farle perdere il contatto con le risorse e le possibilità disponibili nella sua vita attuale.
Il movimento tra queste dimensioni non risponde a una sequenza rigida, ma segue ciò che emerge nella relazione terapeutica e ciò che la persona può, in quel momento, sostenere ed elaborare. Il passato non viene cancellato né le parti emotive che lo custodiscono vengono messe a tacere; piuttosto, si cerca di favorire un dialogo tra le esperienze di allora e le risorse di oggi, affinché ciò che è stato possa trovare un posto nella propria storia senza continuare a determinare rigidamente il presente.
L’obiettivo è promuovere una maggiore flessibilità nel modo di sentire, interpretare e affrontare le esperienze, affinché la persona possa riconoscere le proprie reazioni senza esserne necessariamente governata e accedere a risposte più consapevoli e adattive. Un processo di integrazione nel quale le parti emotive possano essere ascoltate e le parti funzionanti possano mettere a disposizione le risorse del presente, senza negare la vulnerabilità né rimanerne sopraffatte.
La lezione di oggi ci riporta, dunque, alla complessità del nostro ruolo: non salvare, rassicurare a ogni costo o accelerare processi che necessitano di tempo, ma offrire una presenza sufficientemente sicura e regolata, capace di accogliere senza invadere, contenere senza controllare e porre limiti senza umiliare.
Forse è proprio qui che la relazione terapeutica diventa trasformativa: quando la persona può iniziare a riconoscere le proprie parti non più come nemiche o aspetti da nascondere, ma come espressioni di una storia che merita ascolto e comprensione. E quando anche noi terapeuti possiamo sostare nelle domande, tollerare l’incertezza e riconoscere che il nostro modo di essere presenti è parte integrante del processo di cura.
Perché integrare non significa cancellare le differenze interne, ma rendere possibile un dialogo tra ciò che ha sofferto, ciò che ha imparato a proteggersi e ciò che, nel presente, può finalmente iniziare a scegliere.
In fondo, accompagnare una persona nel percorso terapeutico significa aiutarla a conquistare una maggiore libertà di movimento tra le proprie esperienze interne e temporali: perché possa abitare il presente non soltanto attraverso le ferite e le difese di ieri, ma anche attraverso nuove possibilità di sentire, scegliere e stare in relazione.
È in questo spazio, in cui competenza clinica, metodo e sensibilità relazionale si incontrano, che il lavoro terapeutico può contribuire a rendere gradualmente più abitabile ciò che, per molto tempo, è stato difficile persino sentire.