Quando arrivano i pazienti? L’aula aspetta i pazienti.
Lo percepisco dalle domande, dagli sguardi, dall’impazienza che emerge appena si apre uno spazio di confronto.
“Che faccio se il paziente è ansioso?”
“Che faccio se il paziente è depresso?”
“Come intervengo?”
Dietro queste domande non vedo superficialità. Vedo qualcosa di molto più bello: responsabilità. Vedo il desiderio di essere utili, di alleviare la sofferenza, di sentirsi finalmente terapeuti. C’è una tensione autentica verso la cura.
Poi inizio la lezione.
Domando: dove si trova la mente?
Nel cervello?
Nel corpo?
Nelle relazioni?
Partiamo da lontano. Sì lo so…
Forse troppo lontano per chi aspetta di incontrare il primo paziente.
Ma lentamente emerge qualcosa. Sono loro che si fanno prendere da questa curiosità.
La mente non si trova in nessuno di questi luoghi.
Ma forse si trova in tutti contemporaneamente.
La mente è incarnata.
La mente è relazionale.
La mente è predittiva.
Quando questo comincia a diventare comprensibile, la tensione sembra abbassarsi per un momento.
Ma subito ritorna la domanda.
“Sì, va bene… ma quando vediamo un vero paziente?”
Allora provo a rilanciare.
“Vi faccio vedere un’altra cosa.”
Vi faccio vedere che il cervello non è una macchina fredda.
Vi faccio vedere che sente attraverso il corpo.
Che anticipa il futuro.
Che si sviluppa nelle relazioni.
Che costruisce continuamente significati.
Vi faccio vedere quale straordinaria organizzazione possiede questo cervello.
O forse dovrei dire questo corpo-cervello.
A questo punto qualcuno mi chiede:
“Ma allora la psicologia? Le teorie psicologiche? La psicoterapia?”
Certo.
Ma molte di quelle teorie sono nate in un’epoca in cui non conoscevamo quasi nulla del cervello.
Un’epoca in cui mente, corpo e cervello erano pensati come realtà separate.
Si procedeva per intuizioni geniali, tentativi, osservazioni cliniche e, qualche volta, anche per simpatia.
Oggi abbiamo qualcosa in più.
Sappiamo che la psicoterapia modifica il cervello. Ne abbiamo le prove. Che non facciamo cartomanzia o astrologia.
Sappiamo che le relazioni plasmano la neurobiologia.
Sappiamo che l’esperienza lascia tracce osservabili.
Non dobbiamo fare la guerra al cervello.
Possiamo finalmente fare pace con lui e provare a conoscerlo.
La promessa che sento di poter fare ai miei allievi è questa:
alla fine del percorso avrete comunque una teoria della mente che vi farà sentire sicuri.
Avrete un metodo clinico.
Avrete strumenti per stare accanto alla sofferenza.
Ma sarà una teoria della mente informata dal cervello, dal corpo e dalla relazione.
E forse avrete anche la soddisfazione di esercitare una professione sempre più rigorosa, sempre più fondata scientificamente, senza rinunciare all’umanità che l’ha resa necessaria.
Possiamo iniziare?
Sì.