D. Moriniello - "Volevo scrivere della morte"
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"Volevo scrivere della morte ma come al solito la vita ha fatto irruzione." (Virginia Woolf)

Una riflessione a cura della Dott.ssa Daniela Moriniello

Una volta, ragionando con dei colleghi prima di un convegno sull'accompagnamento alla morte, mi fu chiesto cosa, della mia esperienza, breitling replica watches pensassi potesse essere utile trasmettere a qualcuno che nell'ambito della relazione d’aiuto, si trovi a contatto con la morte di un paziente e/o dei suoi familiari.
Devo dire che la mia prima reazione fu quella di rimanere spiazzata dalla domanda così posta.
Riflettendo sull'argomento, via via tutto mi sembrava così banale,così già tante volte sentito , e vuoto di significato. Poi capii che questo accadeva perché quella domanda non consentiva di sciorinare teorie, per quanto validissime, o nuove metodologie, per quanto seriamente ed ampiamente applicate, ricerche sul campo ed attraverso tutto ciò procurarsi una sorte di paracadute emotivo nell’affrontare questo argomento. Si, perché parlarne in questi termini è come compiere un’acrobazia senza rete. Senza teorie ci si sente a contatto con l’angoscia della prima riflessione: io non so niente della morte in realtà e, come disse una volta Barrie Simmons: ‘peccato che nessuno sia tornato indietro per raccontarmi’’ Quindi possiamo solo fantasticare, raccogliere i frutti della nostre esperienze di vita e professionali, dei nostri vissuti, soli davanti alla più grande paura della nostra vita.
Già da bambini cominciamo a fantasticare per dare un senso a questo grande mistero. Ricordo che da bambina immaginavo una vera e propria chiamata dall'Alto ed attraverso effetti speciali degni dei migliori film di fantascienza, sarei stata teletrasportata nell'altra dimensione, senza alcun dolore, ovviamente.Ma già da allora quello che proprio strideva era che in ogni fantasia davo per scontato che lì avrei trovato le persone più significative e care .una sorta di comitato di accoglienza per me.Ma questa cosa mi era già chiara che non fosse affatto ‘scontata’. Allora spostavo le mie fantasie temporalmente ad un’età in cui sarebbe stato più ragionevolmente sicuro trovare almeno i miei genitori. Ma allora forse avrei avuto dei figli, un compagno, amici cari; insomma Non c’era nessuna possibilità di non vedere negli occhi di qualcuno la mia stessa paura di non esserci più, di dissolvermi. E poi, come può un’ essere’ pensare al ‘non essere’? come può la meccanica del nostro pensiero che ci appare così illusoriamente concreto, ogni cosa nella sua bella casellina o categoria, contemplare la dissolvenza? No propria non era questa la strada, la forza del pensiero non sarebbe stata di nessun aiuto. Non c’era nessuna possibilità di sfuggire al dolore di separarsi da qualcuno. Non si poteva spezzare questa catena a meno che non rinunciassi a crearla, cioè a non vivere, a non amare, non avere nessuno cui voler dire addio.


Fortunatamente non ero poi così malata, e allora cominciai a pensare che se questa catena di vita, amori, dolori era così forte, allora era qualcosa che sarebbe rimasta come energia, come seme e che essa stessa era il legame tra la vita e la morte.
a me? Perché in questo modo? (domande che sottendono: ’io che sono così buona, brava ecc…..), ho C’è un lavoro di fantasia guidata che in Gestalt Therapy spesso si propone, e consiste nell'immaginare di sapere di star per morire e di avere ancora poco tempo, ed invitare i partecipanti semplicemente ad essere in contatto con ciò che succede. A parte la reazione di “ contentezza” che ovviamente suscita questa richiesta, (ma a che serve, che sciocchezza, che morbosità emotiva... ma invece di insegnarci qualcosa di valido sull'argomento, ci angosciano ,ecc.ecc.). Quando è capitato a me di fare questa esperienza con Barrie Simmons, oltre anch'io ad odiarlo per qualche minuto, mi è accaduto ovviamente di sperimentare il terrore, l’angoscia, ma anche la rabbia, l’invidia per chi non aveva il ‘tempo contato’. Ma dopo aver esperito una serie di sentimenti orribili e la tendenza a vittimizzarmi: perché proprio cominciato a capire alcune cose.


Dopo l’angoscia, la disperazione, l’ineluttabile senso di impotenza, iniziai a sentire un insopportabile fastidio di non aver portato a termine il mio percorso, e soprattutto di avere sospesi che avevano l’amaro gusto del tradimento di me stessa. E alla domanda-stimolo che ad un certo punto dell’esercizio arriva: ‘cosa accade? Guarda cosa fai ora…’ ho capito che quella era la frase-chiave, si dissolsero le nubi. Bastava spostare l’attenzione su qualcosa da fare prima di morire, per poter dire addio e nel dire addio, dire un’sempre’ a chi mi era caro E la fantasia prese una piega più interessante con spunti di vero divertimento. Tutto ciò che in fantasia facevo oltre a realizzare desideri non esauditi e poter dire a tutti quello che pensavo, in realtà era essere veramente in contatto con quello che ero, esperire la libertà almeno una volta, di essere me stessa, di essere viva almeno prima di morire . Perché e quell'esserci ,che lascia un ‘ energia negli altri, che lascia una traccia del nostro passaggio sulla terra e che può diventare una dote per chi rimane a continuare il proprio gioco della vita. E ricordai quella riflessione sulla catena che avevo fatto da ragazzina; e un tassello in più entrava nella gestalt.
Questo esercizio si effettua per più obiettivi, naturalmente. Per scoprire quali sono i nostri desideri più profondi e più reali di auto affermazione e di relazione per esempio, che spesso sono segregati in una dimensione a noi nascosta e da noi scissi ed agiti in sintomi od altro.Si propone per offrire la possibilità di accedere alla consapevolezza di essi, di conoscerli e forse realizzarli prima che sia troppo tardi.
Ma perché, come la mia esperienza personale e quella dei miei compagni di allora mi ha suggerito, talune istanze così reiette, rimosse sono emerse alla nostra coscienza vigile solo di fronte all’approssimarsi del limite per eccellenza, cioè la morte?


Ovviamente non sto dicendo che solo questa fantasia guidata possa aiutare e facilitare la consapevolezza e l’integrazione di istanze profonde, ma sto raccontando la mia esperienza, perché credo al grande valore di essa e credo poco alla verità costituita e ai dogmi teorici. Capii quindi che il motivo era che la morte è il limite per eccellenza, più oltre non si va, non puoi… c’è un limite che per quante illusione tu voglia avere, non puoi attraversare, scavalcare. Allora IL LIMITE è utile, la conoscenza dei limiti, dei miei limiti e di quelli degli altri , è l’unica cosa che mi dà la possibilità di contattare le mie possibilità, i miei bisogni, i miei sentimenti, che mi dà la possibilità cioè di entrare in contatto con la vita. Avendo presente i miei limiti, sono in contatto con l’altro, sono in contatto con la vita.

Se non ho questo bagaglio, come posso avvicinarmi a chi sta morendo avendo qualcosa da scambiare? Da comunicargli guardando con onestà i suoi occhi, ed accettando i suoi di sentimenti, di bisogni, di richieste, e di non richieste, i suoi odi ed i suoi amori, le sue pochezze e le sue grandezze, il suo lottare per voler dire sempre e dover dire addio. Se non ho questo bagaglio, di cosa parliamo quando parliamo di rispetto della dignità di persona e di malato? stiamo parlando di un’ulteriore categoria di ‘buon malato e di morente’ o stiamo parlando di quella persona specifica unica al mondo che sta lì morendo? Che deve portare a termine il percorso della sua vita, per quello che è stata e per quello che è.

Come posso offrire vicinanza se non accetto la responsabilità della mia di vita, delle mie pochezze, dei miei dolori, se non accetto i miei limiti come potrò aiutarlo a perdonare i suoi, chiudere quel che si può facendo un minimo pace con sé stessi? Se non ho questo bagaglio parteciperò anch’io a quella che viene chiamata ‘la congiura del silenzio’ intorno al malato. Come espresso brillantemente da Carotenuto, accade che il malato deve confidare nella guarigione oltre ogni realtà, sostenuto in ciò nell’ostentato ottimismo dei parenti, qualora egli non possa che arrendersi all’evidenza, è bene che dimostri saggezza ed altruismo risparmiando agli altri sofferenza e disperazione. Il malato che ha già perso il suo status sociale, ogni diritto, deve anche rinnegare sé stesso in quanto malato se non vuole ‘morire al mondo’. Non può esimersi dal partecipare, nel tentativo di essere accettato, di non essere abbandonato, a quella rituale commedia di reciproca simulazione che va regolarmente in scena.
Ma tutto ciò non può che creare una sorta di profonda inimicizia con sé stessi, con quanto egli è realmente nel qui ed ora. Ancor di più viene confermata questa inimicizia quando ai suoi dubbi, alle ansie, trova un silenzio omertoso o ancor peggio risposte banalmente consolatorie (ma che vai a pensare, su smettila, vedrai che ora starai bene... ) risposta che lo relegano ad uno status di bambino. L’immagine che gli viene rimandata quindi è ancora più angosciante perché è esclusa da ogni conversazione, da ogni comunicazione e condivisione.


Nessuna possibilità quindi c’è di identificazione con quel sé malato, non stupido, nessuna accettazione per la propria debolezza, dipendenza, bisognosità. Ma accade che c’è una totale identificazione con le istanze sociali, sperimentando la propria presenza ed essenza come colpevole, vergognosa, inutile.
Tutto questo processo di negazione di uno spazio culturale, di uno spazio psichico condiviso di tutto ciò che ha relazione con la debolezza, la malattia, la vulnerabilità, l’imperfezione, è stato ampiamente descritto dai diversi autori come la Kubler-ROSS, GORER, ZIEGLER, ARIES; URBAIN, DE MARCHI, DI MOLA...

Ma già nel 1886 Tolstoj nel romanzo ‘La morte di IVAN IL’ic scriveva: ‘Ivan Il’ic vedeva che stava morendo ed era in preda ad una continua disperazione. In fondo all’anima sapeva che stava morendo. Il principale tormento di Ivan Il’ic era la menzogna, la menzogna chissà perché adottata da tutti, che lui fosse soltanto malato, non già sulla via di morire .... era questa menzogna a tormentarlo, era il fatto che non volessero riconoscere quello che tutti sapevano e che anche lui sapeva, ma mentissero invece della sua orribile condizione e costringessero anche lui ad avere parte nella menzogna .... parecchie volte quando loro venivano a contargli le loro storielle, ero stato ad un pelo dal gridare: smettetela di mentire, voi sapete benissimo ,come lo so io, che sto morendo, perciò smettetela almeno di mentire. Ma non aveva mai avuto il coraggio di farlo’.

Ovviamente alla congiura del silenzio esiste un contraltare che è la congiura della parola, per forza.
Il diritto del malato di essere informato, il diritto sancito anche dall’OMS di essere ascoltato quando esprime sulle cose che lo riguardino, diventa spesso diritto/dovere del medico di comunicare la diagnosi ex abrupto, attraverso un atto formale, asettico e generico, che non tiene conto delle azioni prima, durante e dopo esse stesse, che non contempli nessuna altra reazione possibile da parte del paziente di una paziente accoglienza della notizia stessa, le cui reazioni emotive susseguenti non devono riguardare noi, le cui reazioni emotive contemplate sono solo quelle socialmente condivisibili, non particolarmente disturbanti o che comunque possano essere ‘gestite’ da un semplice, quanto paternalistico consolatorio discorso, al limite, volendo esagerare, più volte ripetuto. La persona in questione che ha perso il suo status di persona che lavora, che produce, che a causa della sua malattia ha perso, il ruolo sociale di genitore, magari di moglie e/o di marito a causa del bisogno, della dipendenza, che si appresta a dover perdere la vita stessa, viene altresì relegato ad un ruolo di bambino, le cui espressioni di rabbia e di protesta trovano come risposte quelle proprie di capricci fastidiosi.

E’ chiaro che stiamo parlando di una comunicazione, quindi che non contempla affatto la possibilità di ascolto della persona che ha davanti. E’ chiaro che stiamo parlando di due modalità solo formalmente molto diverse ed opposte, ma che invece nascono e convergono nello stesso esitamento della relazione con la persona del malato. Ma la persona che abbiamo davanti può anche provare per noi operatori quello che ho trovato in questa poesia intitolata ‘Spavento di una paziente’:

Il tempo
Si arrestato,
la volontà di vivere
svanita,
il cuore
violentemente palpita,
il sangue
ha accelerato
il percorso
nelle vene umane,
gli occhi
sono sbalorditi
dirimpetto
ad un boia
travestito
da medico.


Dobbiamo imparare ad integrare le nostre emozioni, reazioni, e vissuti relativi alla nostra morte e a quella delle persone a noi care. Stiamo dicendo che il dolore profondo si esprime in innumerevoli forme soggettive e che solo tenendo conto di tale dimensione personale della sofferenza, di una irriducibile singolarità dell’esperienza, possiamo ricostruire l’esperienza stessa. Ed è solo la relazione, la presenza nella stessa, lo strumento per cogliere in senso fenomenologico la persona nella propria sofferenza, recuperando, quella dimensione soggettiva ed intersoggettiva che rende reale il rapporto con il paziente in questa così tanto delicata funzione che chiamiamo di ‘accompagnamento’.
Nella società moderna, nella logica del consumo e produttività, si deve allontanare il fantasma della morte, della malattia, dell’impotenza.

Con la nascita della clinica moderna, la scienza medica ha spesso assunto su di sé funzioni precedentemente svolte dalla religione. La dialettica vita-morte, salute-malattia, viene sottratta dalle speculazioni filosofiche per essere trasformata in oggetto di ricerca scientifica e PRATICA MEDICA.
Nell’incessante e costante superamento del LIMITE, nel giocare al gioco dell’onnipotenza, i sistemi religiosi sono stati sostituiti dalla fede nella crescita illimitata dell’IO. Il malato allora diventa il trasgressore dell’ordine medico, la salute il bene ,la malattia diventa il male.
Ed a noi operatori ...... il nostro senso di onnipotenza di coloro che ‘PORTANO TERAPIA’ vacilla vistosamente al contatto col morente, non possiamo più gratificarci del ‘miracolo della guarigione’, ma dobbiamo imparare a prenderci cura dell’altro e non a curare, contattando il suo limite, il nostro limite.
Dobbiamo imparare ad integrare le nostre emozioni, reazioni, esperienze personali, vissuti relativi alla nostra morte e a quella delle persone a noi care... una bella fatica non c’è che dire, ma anche un bella occasione di crescita!

D'altronde l’alternativa sarebbe quella di reiterare compulsivamente l’evitamento del dolore evitando relazione, contatto, sentimenti... evitando in una parola la vita stessa. Ma parafrasando .... Sarebbe veramente noioso scoprire che la morte mi trovi già morta! Tornando a quel che dicevamo in precedenza, se non ho quel bagaglio, corro il rischio di volere che quella persona aderisca al mio modello di ‘buon malato’, di ‘buon morente’, e da me stessa di corrispondere ad un modello corrispondente e complementare di ‘buon psicologo’ o di buon assistente’ riconosciuto ed apprezzato da colui che sto assistendo e dalla sua famiglia. Tutto questo in quel famoso gioco di reciproche bugie che mi toglierà per sempre la possibilità di essere d’aiuto, di potere quel che posso in contatto con la mia impotenza.

Accettare la morte significa accettazione del non esserci più, quasi come se non fossimo mai esistiti...
Gibram usa come metafora: ‘l’uomo è come la spuma del mare che galleggia sulla superficie dell’acqua: si dissolve come se non fosse mai esistita. Così sono le nostre vite che la morte soffia via’.
Ma in questo passaggio si può accompagnare a ritrovare nella compresenza della persone care, quelle attraverso le quali la propria vita ha preso forma, il senso della propria vicenda umana, che ha avuto un senso e che rimarrà. E credo che questo significato è rintracciabile e conquistabile anche negli ultimi istanti di vita. Ricordare, raccontare, ritrovare le radici della vicenda esistenziale e lasciare la propria esperienza di vita come dote di amore per la stessa.