D. Moriniello - "L' aiuto in riabilitazione"
home > D. Moriniello - "L' aiuto in riabilitazione"

L’ AIUTO IN RIABILITAZIONE: REALISMO E POSSIBILITÁ

A cura di: Daniela Moriniello, Ida Bolognini, Luisa Esposito

L’intervento riabilitativo ha come fine il miglioramento del benessere del soggetto. La Fake Watches definizione data dall’ O.M.S. della salute come ‘uno stato completo di benessere psicofisico, mentale e sociale e non una semplice assenza di malattie’, così come l’introduzione del concetto di Q d V, forni1scono un interessante contributo a precisare da un lato il peso delle malattie, delle menomazioni, delle disabilità e degli handicap, ma dall’altro il peso della validità delle cure e dei trattamenti che devono avere come obiettivo l’incremento della qualità della vita delle persone. Quando parliamo di benessere, quindi, dobbiamo considerare aspetti psicologici e relazionali che prima non venivano considerati nel concetto di salute, e stiamo parlando di uno stato che non può essere raggiunto una sola volta nella vita, ma che deve essere rivalutato a seconda del momento e del contesto sociale, ambientale, emotivo-affettivo, relazionale e culturale.


Come abbiamo visto, il compito dell’intervento riabilitativo è quello di prevenire e curare la disabilità, la discrepanza tra funzione ed aspettative e progettare l’integrazione sociale, familiare e scolastica del diversamente abile. Uno dei fini principali della riabilitazione è di evitare che la disabilità si trasformi in handicap. Tutti gli studi di settore si pongono come obiettivo la realizzazione della persona nella sua globalità, anche se ognuna di esse si indirizza alla cura di un aspetto particolare. Così come sappiamo che la presa in carico in una struttura riabilitativa, come sottolinea Annamaria Sorrentino, deve tenere conto che ‘handicap e riabilitazione sono entrambi eventi scatenanti reazioni ed adattamenti interconnessi’ e che solo in questa ottica si possa realmente ricostruire la complessità e globalità dell’evento handicap.


Sappiamo ancora, come ci suggeriva Adriano Ferrari, che la presa in carico rappresenta uno spazio di consultazione e di contenimento, di supporto e di sostegno, dove possano essere accolti e considerati i molti problemi del paziente in carico e della famiglia e vengono individuati e proposti gli interventi più idonei per affrontarli e per renderli tollerabili.  Essa rappresenta l’elemento di continuità dell’intero progetto educativo, perché lo accompagna longitudinalmente dal momento del contratto terapeutico iniziale alla restituzione terminale e lo attraversa diametralmente interessandosi del soggetto, del suo nucleo familiare, del contesto sociale (scuola ed altre comunità) e del possibile ambiente fisico di vita.
Ma in primis quando prendiamo in carico un paziente, dobbiamo avere presente che la riabilitazione con le sue necessità sfida le credenze sociali e minaccia gli equilibri familiari faticosamente raggiunti.
E’ importante per un operatore avere presente, e rispettare quegli equilibri che hanno costituito il meglio che quelle persone sono riuscite a fare per sopravvivere alla difficile situazione. Dobbiamo ricordare che handicap e riabilitazione sono eventi che condizionano entrambi i comportamenti delle persone coinvolte: pazienti, familiari, medici, riabilitatori, insegnanti. Abbiamo detto che l’intervento riabilitativo ha la funzione di attivare o migliorare funzioni e/o competenze in modo da consentire al soggetto di utilizzare al meglio le proprie potenzialità all’interno di un contesto più ampio possibile.


Il lavoro d’equipe che si avvalga della collaborazione sinergica di terapisti della riabilitazione, psicoterapeuti medici riabilitatori, operatori sociosanitari, assistenti sociali e counselor, è sicuramente una delle cose che ci può sostenere nel mettere a disposizione le nostre esperienze tecniche in una impresa che deve essere considerata transitoria, pronti a ritirarci quando o non è più indispensabile o quando si nota che l’intervento sta creando maggiori problemi all’equilibrio generale della situazione.
Riabilitare vuol dire privilegiare le risorse spontanee del paziente e mobilitare le parti sane anche se l’oggetto del nostro lavoro sono le parti malate. Solo così i metodi riabilitativi, l’individuazione di strategie alternative a quelle perdute, l’utilizzazione di presidi sostitutivi, possono essere correttamente integrati in una vita degna di essere vissuta. Aver ben presente che lo scopo ultimo quando è possibile è quello di rendere la persona a noi affidata libera dalla riabilitazione, ci aiuta a non perdere di vista le parti sane e la totalità della persona del paziente; ci aiuta a ricordare che un intervento che non tenga conto dell’equilibrio emotivo del paziente a noi affidato e della famiglia, si condannerebbe a lavorare contro le proprie finalità.

1) Vuol dire ancora mettere a disposizione tutte le proprie capacità tecniche, tutte le proprie conoscenze, pur sapendo che la malattia non potrà essere cancellata del tutto.
2) Vuol dire non sopravvalutare mai il proprio operato in quanto tale (non esistono metodi miracolosi).

Ma spesso, sperduti nei meandri delle possibilità tecnicistiche, siamo dimentichi del fatto che il fenomeno delle riabilitazione include anche il riabilitatore stesso!

Per di più i nostri pazienti sono portatori di handicap!

 

LA PRESA IN CARICO DI UN PAZIENTE DIVERSAMENTE ABILE

Le enormi difficoltà emotive ed operative che incontriamo nella presa in carico di un singolo paziente fanno si che come operatori ci rifugiamo dietro le specifiche competenze di settore, concentrando la nostra attenzione sulle parti malate da guarire piuttosto che sulle parti sane da mobilitare.
Tendiamo ad ‘oggettivare il paziente’ e diveniamo poco presenti alla relazione con l’altro. Talvolta ci troviamo a portare avanti interventi riabilitativi che puntano ad ottenere nel migliore dei casi collaborazione dalla famiglia nel portare avanti il progetto riabilitativo stabilito, e non teniamo conto dell’equilibrio emotivo globale della famiglia nella quale il paziente è inserito, né dei sistemi ambientali nei quali la famiglia è inserita. Quando i nostri pazienti sono bambini, spesso ci rendiamo collusivi con la considerazione compensativa che frequentemente le famiglie di bambini disabili hanno di loro stesse: cioè di una sorta di struttura a disposizione del portatore d’handicap e della sua riabilitazione.
Talvolta si tende ad estraniare i replica rolex figli dai genitori presentandoli ai loro occhi come casi clinici da curare più che aiutarli ad accettarli come figli da crescere. A volte, ancora, nel ritenerci indispensabili, non ci accorgiamo di far passare sulle teste del paziente e della sua famiglia, scelte che hanno solo l’inconsapevole scopo di sottolineare la nostra personale importanza. Talvolta si ha la sensazione che la riabilitazione, l’intervento siano prescritti come medicine inevitabili, senza accertarsi che i nostri pazienti ne comprendano né ne condividono profondamente il significato.

Pierro sottolinea che la frequenti attività riabilitative assumono spesso il significato di pellegrinaggio, ove non è importante la verifica del risultato ma l’atto in sé.

Spesso colludiamo anche con questo problematico comportamento per scarsa attenzione ad alcuni importanti aspetti:
a) iniziamo a parlare del momento dell’inizio del contratto terapeutico: Sappiamo che mentre il tecnico possiede un patrimonio di conoscenze e di esperienze pratiche che gli permettono di governare le componenti emozionali del colloquio, per esempio, i genitori finiscono per riversare in esso tutte le proprie vicende personali, i drammi passati e le speranze per il futuro, paure, illusioni, dubbi, fantasie. E per quanto chiara sia la comunicazione della diagnosi e del progetto terapeutico proposto, la comprensione della diagnosi costituisce un processo che necessita di preparazione emozionale e di esperienza. L’impatto emozionale cioè blocca nei genitori talvolta la capacità di assimilare le informazioni cliniche fornite e la possibilità di elaborarle.
b) Quindi dobbiamo imparare a capire in che modo la famiglia si appresta a stipulare con la struttura il contratto terapeutico. Comprendere sia la comunicazione verbale esplicita sia il contenuto latente dei suoi messaggi, i suoi silenzi, le domande lasciate cadere, quelle mai fatte, il riproporsi continuo delle stesse domande; ricordandoci che nelle domande non fatte si nasconde lo spazio per sperare, per negare, per difendersi, per adattarsi, per elaborare.
c) Dobbiamo avere presente che spesso per i genitori il vero obiettivo della terapia (Adriano Ferrari) dovrebbe essere quello di colmare lo spazio che c’è tra il bambino reale e quello immaginario, fino a consentire un’impossibile ricongiunzione tra questi due. Nel mondo affettivo dei genitori e della madre in particolare, la posizione di un bambino in particolare con gravi disabilità, è più vicina ad una immagine mentale di bambino temuto, come una sorta di rivisitazione di vecchi conflitti, di traumi e di paure, proprie del normale processo di regressione che avviene in ogni madre come anticipazione della maternità, piuttosto che all’immagine di bambino desiderato, come proiezione fantasmatica di tutte le proprie aspettative. Per Ferrari non si può parlare di capacità di accettazione di un figlio disabile, ma di adattamento alla situazione.
d) Altro argomento difficile da avere presente è la gestione della conclusione del contratto terapeutico che generalmente non viene affrontato fino all’ultimo anche da noi operatori quando dovrebbe essere esplicitato e preparato fin dall’inizio,per evitare che resti un fantasma nelle menti di tutti gli attori del percorso riabilitativo, e prenda il sapore dell’ abbandono e del tradimento per i genitori in un momento particolarmente critico nel ciclo di vita della famiglia del paziente disabile .

Sappiamo che la nascita di un bambino impegna la coppia genitoriale su tre fronti principali:

1. ridefinizione della relazione coniugale;
2. costruzione dei ruoli e delle funzioni genitoriali;
3. rinegoziazione dei ruoli e delle posizioni nei confronti delle famiglie d’origine.

La coppia cioè deve ridefinire la propria relazione rispetto ad un evento che può contribuire a cementare o a dissolvere l’unione stessa. I membri della coppia possono sentire e riconoscere nell’altro una competenza ed una fiducia reciproca, e uniti dal nuovo compito comune trovare una rinnovata coesione di coppia nella stima dei nuovi ruoli familiari. Ma accanto ad aspetti di gratificazione personale e familiare, ci sono aspetti meno positivi derivanti proprio dalle necessità di cura che il bambino richiede.
Stanchezza, minor tempo a disposizione, vissuti di inadeguatezza ed ansia circa il proprio ruolo genitoriale, possono generare tensione e conflittualità, che spesso si sommano ad una difficoltà di uno o di entrambi i membri della coppia di abbandonare vecchie modalità relazionali in favore di nuove più funzionali.


La donna con la nascita di un bambino, raggiunge una nuova organizzazione psichica, ed il prevalere anche se temporaneo del lavoro domestico e familiare, fa emergere aspetti dell’identità femminile più tradizionali promuovendo un possibilità di elaborazione dei vissuti di madre e di figlia.
La coppia è impegnata a creare dei confini chiari tra quella che è la relazione di coppia e la relazione genitoriale, in maniera che ci sia unione e non confusione.

Ma cosa accade se a questo momento critico , ma evolutivo, critico ma desiderato, si somma un evento eccezionale non previsto e non desiderato come la nascita di un bambino disabile?
Un figlio portatore di handicap mette a dura prova la struttura familiare. Il carico emotivo e lavorativo già elevato in condizioni normali, aumenta a dismisura, e reso ancor più insopportabile dalla ferita narcisistica prodotta dalla nascita di un figlio ben lontano dal ‘figlio ideale’ fantasticato durante la gestazione.

Nel caso in cui anche la madre lavori, si scontrerà presto con le enormi difficoltà di gestire i programmi riabilitativi. I permessi straordinari possono non bastare a seguire adeguatamente il figlio in difficoltà, il personale impiegato può non rilevarsi adeguato o peggio ancora non disponibile a seguire un bambino diversamente abile, i nonni poco presenti o per età o per difficoltà personali. La madre allora si può trovare frequentemente di fronte alla scelta dolorosissima di lasciare il proprio lavoro per seguire il bambino; la sua realizzazione personale entra penosamente ed inesorabilmente in conflitto con il bene del proprio figlio.

Abitualmente la risposta ambientale sarà quella di confermare la realtà di questo conflitto, dando maggior valore alla completa dedizione materna che tutto dona senza chiedere nulla in cambio. Ecco che questa donna identificata in una immagine di madre sacrificale, affiancherà al conflitto già descritto un altro ancora più penoso: non può esprimere neanche a sé stessa la rabbia ed il rifiuto per una scelta così amara, pena un forte vissuto di colpa che alimenterà ancor di più quel sentimento di profonda frustrazione ed inadeguatezza nato insieme a quel bambino così bisognoso, così amato, ma anche così temuto. Ciò che accade è che purtroppo molti ancora operatori della riabilitazione, si pongano con una modalità genitoriale normativa e negativa nei confronti di queste madri, mostrando loro un ideale di madre da raggiungere più che fornire un reale sostegno ed accoglienza dei vissuti delle difficoltà emotive e affettive e dei conflitti presenti. Ciò che vediamo frequentemente accadere poi, è che tutta questa rete di supporto alla scelta di lasciare il proprio lavoro, scompaia al momento di affrontare la depressione conseguente alla perdita di identità sociale e di autonomia economica.
Come potrà allora sopravvivere questa madre se non identificandosi completamente allora nell’unico ruolo che le viene riconosciuto e per il quale viene confermata come persona? Anche a costo di mentire a sé stessa, di non ascoltare più i suoi stessi sentimenti, questa madre vivrà in funzione del figlio e seguirà tutte le tappe dell’iter terapeutico proposto come se intraprendesse una sorta di crociata contro il ‘male’ di cui è affetto il suo bambino. Ma cosa accadrà se questo bambino non potrà ricompensarla con ‘brillanti risultati’? se la riabilitazione non avrà fatto il miracolo della guarigione e con essa non avrà restituito a questa donna ‘il bambino ideale’? Come potrà allora gestire la rabbia, il lutto della consapevolezza di un’inesorabile realtà? Cosa sarà allora accaduto rispetto al partner, quando la totale identificazione nel ruolo di madre sacrificale ha magari corrisposto all’annullamento di altre espressioni di femminilità, quando anni di solitudine avranno scavato un solco di incomprensione profonda?
Cosa sarà accaduto a quel padre che implicitamente aveva chiesto alla sua compagna il sacrificio della sua realizzazione personale?  Come riuscirà a gestire questa responsabilità aggravata da possibili recriminazioni e colpevolizzazioni di sua moglie che non riesce più a riconoscere sua compagna ma solo come madre di suo figlio? L’iniziale scelta di fuga dalla difficile situazione lo ha reso col tempo satellite nella conduzione della relazione madre-figlio fino a raggiungere una vera e propria esclusione da quella diade fusionale.


E come potrà operare altra scelta se non continuare a fuggire da quella famiglia di cui non si sente parte, di cui si sente un po’ carnefice e un po’ vittima, se anche i riabilitatori colluderanno con questa dinamica parlando solo con la madre, non facendo tutti gli sforzi possibili per includerlo nel progetto riabilitativo del figlio?


E ancora quale possibilità di sviluppo, di crescita il più armoniosa possibile sarà data a questo bambino, che oltre agli ostacoli dovuti alla sua disabilità, avrà il peso del potere di frustrare una madre che ha riposto in lui, nella sua reale e/o fantasticata riuscita, la sua autostima?
Che avrà il peso del potere di dividere mamma e papà?


Ma se riabilitare vuol dire promuovere il benessere del paziente evitando che una disabilità si trasformi in handicap, allora è impensabile un intervento che non fornisca accanto alle metodiche specifiche di settore, una reale presa in carico degli individui che compongono la famiglia, perché si promuova la possibilità di trovare risposte ad un evento critico adeguate ad uno sviluppo della famiglia e dei singoli membri che ne fanno parte, per evitare appunto che la disabilità di uno diventi un handicap per lo stesso e per l’intera famiglia.
Abbiamo parlato dell’importanza della presa in carico globale del paziente diversamente abile; e in quest’ottica, un’attenzione particolare a nostro parere deve andare ai fratelli del bambino diversamente abile in questione. Sappiamo che l’esperienza di avere un fratello è di grande vantaggio nel cammino verso l’autonomia e l’autoaffermazione.


Ma cosa accade quando un fratello è svantaggiato?
E’ esperienza di noi tutti riabilitatori, vedere nelle sale d’attesa dei centri preposti, al seguito delle mamme, presenti e non presentati ai diversi colloqui clinici, bambini inquieti o addirittura iperattivi o piccoli adulti preoccupati e previdenti: sono i fratelli dei bambini diversamente abili.
Molta probabilmente, se lasciati alla saggezza istintiva dei bambini, questi fratelli saprebbero trovare strategie relazionali più congrue alla situazione. Sarebbero certamente protettivi verso il fratello in difficoltà, ma con maggiore misura e lasciando a sé stessi uno spazio di autoaffermazione più gratificante.


In primis l’iperprotettività dei genitori nei confronti del bambino diversamente abile, sarà assunta come norma imprescindibile di aiutare e proteggere il fratello sempre. Pesante più di un macigno, arriverà presto la richiesta di provvedere allo stesso non solo nel presente, ma anche nel futuro.
Questo bambino, quindi, vede negatagli in un solo colpo il diritto di provare anche rifiuto e fastidio verso il fratello, ed il diritto di essere a sua volta ‘uno da proteggere’. Investito dal ruolo di ‘quello che protegge’ come può vivere la sua fisiologica rivalità fraterna verso uno che col suo svantaggio è così tanto ‘da proteggere’?


Per i genitori il figlio disabile è per definizione non autonomo e sempre piccolo; per con verso il figlio ‘normale’ è per assioma subito grande ed autonomo.  E’ da loro sopravvalutato nelle sue capacità, nelle sue capacità di autonomia, e sottovalutato rispetto ai suoi bisogni.


Quindi per lui è stato scritto il copione del ‘grande,’ del ‘forte’, dell’ ‘intelligente’ di quello che se la sa cavare in ogni circostanza, spesso anche del ‘bravo a scuola’. Oltre a questo carico di aspettative genitoriali atte a compensare la ferita narcisistica prodotta dalla nascita del figlio ‘problematico’, se la disabilità è grave, spesso questo bambino viene investito di responsabilità genitoriali sostitutive.
Con questa pesante zavorra, e costretto in un conflitto perenne con sé stesso, con la sua parte fragile, bisognosa, non ancora cresciuta, questo bambino si incammina verso la sua vita adulta.
Ad un’osservazione attenta, possiamo verificare quanto frequentemente questi ragazzi manifestino un profondo disagio.


Comportamenti iperattivi, comparsa di tics (spesso negati dai genitori), disturbi del sonno con presenza di incubi notturni, o un eccessiva adultizzazione con conseguente allontanamento dal gruppo di pari, ed altro, sono tutti disperati segnali di bambini così completamente travolti dall’evento handicap intercorso in famiglia e paradossalmente poi esclusi dal progetto di cura.

E’ impensabile quindi immaginare un percorso riabilitativo che non abbia in conto tutte queste variabili, che non fornisca all’intera famigli uno spazio in cui ognuno dei diversi membri di essa senta di poter esserci nel progettare soluzioni di una vita migliore per tutti.

 

UN CENNO STORICO ALL’ATTUALE VISIONE DELL’HANDICAP

Le risposte che oggi l’organizzazione sociale tende a dare ai problemi dell’handicap sono anche frutto della rappresentazioni sedimentate nel processo storico e che ci aiutano a capire come abbiamo dentro, stratificate visioni dell’handicap che nel corso dei secoli, nelle diverse epoche storiche e culture, hanno compensato la paura della diversità.
 

Nelle civiltà arcaiche ed in Europea fino al 1700, venivano rappresentati come monstrae naturae ed a parte la soppressione intesa come processo naturale di un evento innaturale, c’era un altro possibile atteggiamento: la sacralizzazione: riconoscimento di uno status particolare a queste persone in quanto mediatrici con la forze soprannaturali (Aries,Duby,1985).


Con il razionalismo illuminista, secondo Canevaro e Gaudreau, il disabile diviene oggetto di curiosa osservazione con l’era tecnologica prende l’avvio un mito di anarciso. Il processo narcisistico suscita la necessità di stabilire un rapporto 'con un altro’che sia visibilmente tale. (Canevaro e Gaudreau).
C’e un ambivalenza nelle esigenze, da un lato c’è la ricerca della diversità per studiarla e capirla, dall’altra c’è lo sforzo per annullare la diversità ‘educando’ l’altro a conformarsi a comportamenti ‘adeguati’ che possiamo riconoscere in quella che Fromm chiama la‘normopatia della nostra Cultura’.
Le intuizioni pedagogiche dell’illuminismo, con la concezione dell’ ‘anormale’ come 'diverso da me' trovano una ridefinizione attraverso la rappresentazione religiosa della vita come nella quale, come dice Giarelli: la malattia e la malformazione sono segni ambivalenti: allo stesso tempo segni del peccato e della sua giusta espiazione.


Inizia una forma seppur condizionata di accettazione dell’handicappato, che colpito da disgrazia e peccato, può essere curato solo dalla chiesa, salvatrice universale. E che si esprime attraverso la creazione di contenitori specifici di esperienze di accoglienza che la chiesa ha contribuito a far nascere e che nel 1700 e nel 1800 si sono trasformati in grandi istituzioni religiose a favore dei disabili.
Sempre Girelli ci dice che alla visione pietistica si sovrappone una nuova rappresentazione collettiva della cultura positivista. Con lo sviluppo del processo di industrializzazione e della borghesia, si afferma il principio che la ‘persona normale’ coincide con la persona cittadino e produttore. La diversità incontra una forte cultura della normalizzazione. (Giarelli).

E’ una vera e propria normopatia, una normalità ossessivamente perseguita che interessa l’individuo in ogni suo comportamento esteriore, sessuale, di maniera.

La medicina si dedica alla classificazione di malattie ed ecco che la visione del disabile come persona degna di pietà e bisognosa, viene sostituita con quella di un malato da curare e “NORMALIZZARE”.
Dopo la seconda guerra mondiale, quando mutamento economico, maggiore disponibilità economica, la scuola obbligatoria, le famiglie iniziano a rivendicare interventi specialistici e si organizzano in supplenza dell’intervento pubblico. Nascono le grandi associazioni in difesa degli handicappati e nasce una nuova modalità di intervento fatta di cura e protezione. La cultura protettivo familiare contribuisce a dare una nuova immagine collettiva: non più il mostro da eliminare, non più l’idiota da osservare, né il peccatore da salvare o il malato da normalizzare, ma il bambino da proteggere.

La cultura dell’infantilizzazione del disabile diventa divieto a crescere dalla cultura genitoriale all’organizzazione sociale: dal microsociale al macrosociale e simmetricamente dal macrosociale ritorna alle famiglie attraverso messaggi che rafforzano tali atteggiamenti. Così si tradisce il mandato educativo per cui educare vuol dire favorire l’integrazione e l’autonomia.

Questi problemi emergono maggiormente nella riabilitazione dei disabili in fase adolescenziale Berry e Grubar ci dicono: questa rappresentazione collettiva in un certo senso è consona con un’organizzazione sociale come la nostra che non prevede ruoli sociali attivi nel mondo degli adulti, e perciò non può neanche prevedere la crescita e sviluppo degli individui!

Quella stessa paura della diversità ancora oggi vive in noi nello spirito attivo, riformista del nostro tempo. In una società che antepone il ‘benessere’ a tutti i costi, ad altri valori, che nega la sofferenza e la morte in virtù di modelli omologati di ’belli’, di ‘sani’, ’felici’, ancor più è vissuto insopportabile qualsiasi evento che fortemente contrasti con la sua diversità da quei modelli stessi.

La considerazione del disabile come malato da curare, spesso rappresenta anche una modalità attraverso la quale noi abitanti di questo mondo, ed in particolare noi riabilitatori, possiamo baipassare e compensare le nostre ambivalenze, le nostre difficoltà, le nostre paure, le nostre emozioni nell’impulso attivo di portare aiuto.
 

Ma come espresso da Perls: le emozioni non sono né vaghe né confuse, esse regolano il campo organismo-ambiente e sono il mezzo attraverso il quale diventiamo consapevoli della nostra realtà; la nevrosi infatti è un processo che porta a divenire inconsapevoli e a separasi progressivamente dalle proprie potenzialità, man mano che l’esperienza viene negata. L’azione del curare ci garantisce automaticamente un posto tra i ‘giusti’, tra i ‘sani’ i ’normali’. Curare, riabilitare, ci aiuta a porre una distanza rassicurante perché bonaria tra noi e l’individuo ‘portatore d’handicap’, tra noi e gli individui ‘famiglia del portatore d’handicap’. Così spesso accade che la necessaria distanza deontologica si confonda, si stemperi in un distacco nevrotico di chi non si interroga sulle proprie difficoltà di relazione. Ma come espresso da Barrie Simmons: in una relazione terapeutica necessita che almeno una delle due componenti in gioco sia “presente”, e siccome il paziente non riesce ad esserlo nella sua realtà, occorre che almeno il terapeuta lo sia!  Per presente si intende consapevole e vigile circa i propri stati d’animo, le proprie azioni, i propri sentimenti. E quanto più questi sentimenti riguardano reazioni di paura, difficoltà, rifiuto, impotenza circa la problematica del paziente, tanto più occorre che l’operatore ne sia cosciente, che sia consapevole delle strategie messe in atto per evitare questi sgradevoli stati d’animo.


La consapevolezza di queste cose non aiuta solo ad avere maggiore chiarezza ed onestà personale, ad essere sé stessi come dice Kierkiergard, saldamente radicati nel potere che lo costituisce, ma fornisce uno strumento in più per vedere le cose nella loro interezza e previene l’ intrappolamento in dinamiche paralizzanti l’azione terapeutica e riabilitativa stessa.  Ci sono diversi tipi di trappole relazionali e comunicative che si attuano nelle strutture riabilitative proprio causate da diversi tipi di disagio relazionale. Ma tra queste c’è una forma di alleanza collusiva con i genitori a cui fare molta attenzione.
Dobbiamo avere presente, che come detto prima, un senso di colpevolezza e di rimpianto per la nascita di un figlio disabile, può attivare comportamenti compensativi evidenziabili nella ricerca spasmodica di terapie atte a superare il ‘danno presente’ (mitico olio di S.Lorenzo).

Il senso di colpevolezza è caratterizzato dal bisogno di saturare la propria disponibilità per non sentire il rimorso di non aver fatto abbastanza.

In questo senso metodi che richiedano programmi che riempiano ore ed ore della giornata di un genitore, possono anche per lungo tempo essere un forte contenimento illusorio al senso di colpevolezza ed angoscia dei genitori. Con la sospensione della terapia, c’è la fine della speranza di poter cambiare il bambino. In quel momento la famiglia è costretta ad accettare la diagnosi, processo finora rimandato. Ecco che la famiglia tende a rimandare quel momento, ma è chiaro che dietro il bisogno spesso manifestato di proseguire ad ogni costo la terapia, spesso cambiando il servizio di riferimento, elemosinando trattamenti riabilitativi, si nasconde la mancata accettazione della diagnosi.
Molte sono le modalità di reazione alla diagnosi. La negazione e il rifiuto portano:

- Spesso all’abbandono delle proposte terapeutiche,
- o altrettanto frequentemente alla ricerca spasmodica di chi possa fare una diagnosi più benevola.

Spesso queste situazioni sono accompagnate dai racconti di storie e miti familiari: il nonno che ha camminato tardissimo, ma che è più che sano, lo zio sanissimo a cui avevano sbagliato la diagnosi ecc. ecc.


Tutte ovviamente finalizzate a nascondere la dolorosa realtà del proprio bambino.
Sempre in questa fase di shock, vediamo quanto spesso le madri tendono a sovraccaricare il proprio figlio di attenzioni: tenerlo sempre in braccio, un’eccessiva cura nell’abbigliamento, un’esagerata attenzione all’alimentazione.
Ma quando non è più possibile trovare giustificazioni ai problemi del bambino, la famiglia spesso tende a cristallizzarsi nel credo terapeutico; così spesso che il setting terapeutico diventa uno spazio fuori dal tempo, che consente di essere lontano dal contatto con le proprie angosce.
Un’altra reazione si può configurare come una sorta di fatalismo a subire che è un atteggiamento depressivo persecutorio di chi si aspetta che le cose possono solo inevitabilmente peggiorare.
Ma così il bambino diventa parte integrante, il rappresentante per eccellenza della propria natura sfortunata. Come sostiene R.Negri, l’angoscia si può trasformare in aspetti persecutori proiettati nella parte malata del bambino.
In questi casi la riabilitazione può diventare un modo per ‘controllare l’oggetto cattivo’, a scapito dell’aspetto emozionale e relazionale insito nell’atto riabilitativo.
Ma cosa accade se il terapista , senza l’appoggio di un equipe di riferimento esprime il suo disaccordo su questa visione della riabilitazione?
Accade spesso che lavorando al fine di promuovere l’autonomia, la separazione, e l’individuazione del bambino, venga vissuto dalla famiglia come una persona fredda, ostile, incapace di comprendere i sentimenti di un genitore che ha un figlio così malato .
Talvolta questo approccio della famiglia si spinge fino ad arrivare a quella che Milani chiama ‘riabilitazione selvaggia’.
Terapia la mattina, terapia il pomeriggio, il bambino viene sottoposto a continui esercizi, per poi al contempo essere passivizzato nelle attività quotidiane: lo vestono, gli danno da mangiare anche quando sono capaci di provarci da soli, e tutte le possibilità di sperimentare spazi di autonomia vengono rimandati ad un futuro pieno di fantasie.
Nel frattempo però, la sua è una vita vissuta nelle stanze di terapia.
In questa situazione, come può il bambino costruire una sua personalità in un ambiente così ostile alla sua malattia, cioè ad una parte rilevante di sé?
Come può progredire nello sviluppo se tutti quegli esercizi fatti nelle lunghe ore di terapia non vengono poi inglobati nella sua vita quotidiana?
Come può raggiungere il grado di benessere possibile, se la vita sua e della sua famiglia appare sempre più sospesa e rimandata ad un futuro incerto quanto illusorio, e nel frattempo è vissuta all’unico scopo di ‘sconfiggere il male’?
La presa in carico di una situazione così difficile, spesso fa sì che il forte disagio emotivo conseguente, porti il terapista ad un esitamento dei sentimenti di impotenza che spesso ci accompagnano e con essi la capacità di capire a fondo quali siano le reali possibilità di recupero del piccolo paziente.
Così può accadere che l’operatore diventi profondamente stanco e con un forte desiderio di non fare, lì dove l’accettazione dei propri limiti personali e professionali, scivola in un rassegnato abbandono.
Altre volte invece può diventare collusivo con i genitori nell’accanimento terapeutico, nella riabilitazione ad ogni costo di quell’arto, di quella funzione!

Nel mondo della riabilitazione verifichiamo quanto ancora purtroppo il bambino non sia il soggetto della cura, ma la terapia e la riabilitazione diventano i soggetti, i modelli a cui il bambino deve adattare la propria crescita e la propria quotidianità.

Modelli che non tengono conto dell’individuo nelle sue peculiarità e nel suo contesto familiare ed ambientale.
E invece la terapia diventa l’antidoto ai difetti del bambino, ed il terapista lo diventa rispetto alla colpevolezza dei genitori. Questo antidoto ovviamente non funziona realmente, perché, per esempio, soprattutto nei casi gravi, o cronici, dove la modificabilità è modesta o assente, presto si rende nullo il bisogno di terapie riabilitative per il bambino e non per i genitori dei quali il terapista corre il rischio di divenire man mano alleato contro il bambino (perversa alleanza di WINNICOTT) in cui il bambino con le sue inadeguatezze, con le sue insolvenze, diventa il nemico da sconfiggere. Queste situazioni finiscono con una crisi di identità del terapista che non riconosce più il suo ruolo e si sente succube dei genitori. Il paziente non risponde più alla terapia, ma il terapista non riesce a sospenderla perché è troppo connessa ai bisogni dei genitori. Non può esistere quindi una presa in carico globale reale e non come mera trasposizione di un concetto alla moda, che non offra ad essi uno spazio di elaborazione di quel vissuto di insuccesso per la nascita del figlio disabile, di quei sentimenti di profondo dolore e rabbia che, se inconsapevoli, portano entrambi a sentirsi incapaci ed impreparati a rispondere ai bisogni del bambino.

Uno spazio che li aiuti a riscoprire le capacità di contatto e di cura pur nell’accettazione del conflitto.

Spesso ancora noi riabilitatori siamo portati a metterci in competizione col paziente affettiva con i genitori, soprattutto quando ci appaiono inadeguati.
Siamo spesso dimentichi del fatto che trascorrere un tempo limitato con tali bambini, ci da una possibilità in più per controllare le nostre ansie a riguardo della patologia in questione, e dalle risposte reattive del paziente altrettanto dimentichiamo che il genitore porta una profonda ferita narcisistica per la disabilità del figlio, mentre in essa noi troviamo la ragione della nostra identità professionale.
Possiamo perciò essere tentati di allearci col bambino contro ‘un genitore cattivo’ mettendo in atto durante la seduta comportamenti affettivi compensatori che avranno una funzione seduttiva sul bambino, questi li amplificherà a suo vantaggio. Tutti cadiamo nelle trappole per bisogno di sentirci al centro di un’attenzione positiva. Per aver contatto ed affetto e compensare le nostre ansie con un illusorio senso di onnipotenza medica e scientifica, perdiamo la possibilità stessa di contatto, di presenza, quindi di aiuto una leadership riabilitativa, e può accadere che si stabiliscano coalizioni con membri di staff diversi dal proprio a denigrazione di alcuni (solo tu sei bravo, gli altri terapisti non hanno capito niente!). Tutti cadiamo nelle trappole per bisogno di sentirci al centro di un’attenzione positiva, per avere contatto ed affetto e compensare le nostre ansie con un illusorio senso di onnipotenza ‘medica’.

Ma i nostri pazienti sono così tanto diversi da noi? Come possiamo aiutarli ad attivare diverse strategie comportamentali ed adattamenti funzionali più gratificanti, se noi ‘sani’, ‘normali’ non siamo consapevoli delle nostre ansie e degli actingout dei nostri impacci relazionali?

Potrebbe a prima vista sembrare eccessivo o paralizzante il tenere conto delle tante variabili in gioco, ma ciò che a mio parere ci rende veramente impotenti nella nostra capacità operativa è proprio l’ignorare tutto ciò.

Il non essere consapevoli delle nostre difficoltà di contatto e di relazione tradisce il senso dell’atto riabilitativo.

Perché come abbiamo visto ‘l’intervento riabilitativo’ ha la funzione di attivare o migliorare funzioni e/o competenze possibili al fine di permettere al soggetto di utilizzare al meglio le proprie potenzialità all’interno di un contesto più ampio possibile’.
Ma ad una attenta osservazione circa l’apparente evoluzione culturale, possiamo osservare un cambiamento degli stili relazionali della famiglia nei confronti del figlio disabile, che ha spostato l’attenzione sui suoi bisogni di ‘normalità’. Sostanzialmente osserviamo uno spostamento dell’attenzione dalle ‘parti malate’ alle ’parti sane’ o potenzialmente sane della persona. Si è fatta strada la preoccupazione di rispondere alle esigenze di normalità affettiva, educativa scolastica ecc. di immaginario.
Ma anche qui si è generato un equivoco ‘tra parti sane’ con ‘parti nomali’, accettabili. La persona diversamente abile viene ancor meno rispettata in questa cultura della normopatia.
I sentimenti di ansia portano a meccanismi di diniego, la persona con handicap continua ad essere ancora considerata un bambino da una parte e dall’altra si immaginano percorsi fuori dalla sua portata.
Le conseguenze di tutte queste dinamiche emozionali e relazionali, sono osservabili nell’ambito pel percorso riabilitativo, mettendo in discussione se non riconosciute ed affrontate, la riuscita stessa dell’atto terapeutico.
La centralità dell’approccio riabilitativo deve spostarsi nel saper cogliere e sviluppare il momento quasi irripetibile dell’inizio possibile di un percorso di recupero delle condizioni esistenti.
Significa innanzitutto aver presente che quest’individuo si trova a crescere e a strutturare la propria identità e autostima nonostante gli svantaggi che la menomazione comporta.
E’ richiesto a questo bambino uno sforzo emotivo notevole nell’apprendere come muoversi, percepire e collegare le proprie esperienze nell’ambiente che lo circonda e nelle relazioni che lo coinvolgono.
Nel mondo della riabilitazione verifichiamo quanto ancora purtroppo il bambino non sia il soggetto della cura, ma la terapia e la riabilitazione diventano i soggetti, i modelli a cui il bambino deve adattare la propria crescita e la propria quotidianità.
Modelli che non tengono conto dell’individuo nelle sue peculiarità e nel suo contesto familiare ed ambientale.
Viene allora da chiedersi: cosa accadrà a queste famiglie ed a questi bambini quando diverranno adolescenti e poi adulti, e gli interventi riabilitativi andranno fisiologicamente a diminuire o a finire?
Avremo aiutato il paziente diversamente abile a noi affidato a vivere meglio nel suo mondo ed il suo mondo a vivere meglio con lui?
O avremo anche noi affidato ad un imprecisato domani il confrontarsi con lui come membro di quella famiglia, come un membro di questa società? Come attore di questa vità?
E quali saranno le reazioni di quei genitori, di quei fratelli, di quegli amici e di noi stessi riabilitatori quando non potremo più sfuggire con il compensativo sforzo tecnico a contattare la realtà della diversità, la paura di essa e la nostra impotenza?

 

 


LA RIABILITAZIONE DELLA PERSONA ADULTA AFFETTA DA PATOLOGIA CRONICA E/O EVOLUTIVA

Una persona affetta da patologia cronica è una persona affetta da una malattia di lunga durata, tendenzialmente lunga quanto la vita stessa.

Tali malattie procurano invalidità di diverso tipo, sono dovute a cause non reversibili, richiedono speciali forme di riabilitazione, impegnano l’interessato ad osservare diverse prescrizioni e, spesso anche ad apprendere un nuovo stile di vita.
La cura del paziente con patologia cronica non ha necessariamente come esito la guarigione, anzi sappiamo che la maggior parte delle patologie degenerative non guariscono.
Si può superare una fase, compensare una situazione alterata, rendere la malattia compatibile con un determinato livello di richiesta funzionale.
Perciò inevitabilmente il concetto di cura va esteso, includendo tutti gli interventi che permettano una migliore convivenza con la malattia stessa e con il nuovo stile di vita che,spesso improvvisamente e violentemente, subentra a quello precedente.
Nella realtà assistenziale della riabilitazione del paziente con patologia cronico degenerativa, l’operatore deve confrontarsi con una serie di obiettivi interagenti.
Tali obiettivi comprendono:

• il saper gestire i propri sentimenti di fronte al dolore ed al senso di perdita del paziente
• riuscire a mantenere un equilibro tra coinvolgimento nella situazione del paziente e della sua famiglia, e la necessaria obiettività professionale.
• Comprendere la complessità delle problematiche asistenziali del paziente e della sua famiglia.

Noi operatori ci troviamo di fronte al paziente con diversi timori:

• timore circa la possibilità di non essere accettati , o al contrario di essere risucchiati dalla famiglia.
• Preoccupazione di essere troppo coinvolti o troppo distaccati; di non riuscire a trovare la giusta distanza, la giusta misura tra vicinanza-empatia e rispetto dei propri confini personali e professionali.
• Il timore di non essere all’altezza del compito e delle richieste dei familiari.

Innanzitutto è necessario accettare la realtà di non poter controllare l’evento malattia.
Per di più, dobbiamo imparare a confrontarci con obiettivi che hanno valenza etica e che però ci aiutano nell’elaborazione dei nostri vissuti di impotenza.
Molti operatori si trovano ad affrontare una molteplicità di situazioni drammatiche nel quotidiano.
Paradossalmente, più la loro specifica competenza, come nel caso dei fisioterapisti, li mette in contatto con situazioni drammatiche, spesso vissute nell’ambiente familiare del paziente, ( vedi le terapie domiciliari), a stretto contatto con la famiglia dello stesso e con le complesse dinamiche psicologiche in gioco, più la formazione verte sulla specifica e settoriale competenza paramedica.
Competenza di cura di segmenti del corpo o del corpo come segmento estrapolato dalla situazione emotiva e psicologica dell’individuo, dal contesto familiare e sociale nel quale è inserito, dalle aspettative esistenziali presenti.
Questa segmentazione può costituire anche per noi operatori una forma di esorcismo dall’angoscia che il contatto con l’handicap e la non guaribilità ci procura, ma ci allontana dalla reale possibilità di i intervento nella situazione.
Si rivelerà presto una compensazione fittizia oltre che momentanea, in quanto poi, come ogni rimozione tornerà a galla.
Meglio quindi riconoscerla, accettarla come parte integrante dell’atto terapeutico ed elaborarla, riconoscendo la possibilità di obiettivi terapeutici diversi da quelli prefissati e che comprendano anche la capacità di aiuto ad accettare il dolore e talvolta anche la morte.
Guarigione comprende una sorta di pacificazione psicologica, di forza interiore di coraggio, di capacità di gestire la propria situazione.
Per noi riabilitatori che operiamo in strutture sanitarie la cui filosofia di base è la CURA, questo obiettivo può essere molto difficile da raggiungere ed in qualche modo costituisce l’elaborazione di un lutto anticipatorio.
Perché questi intervento segmentato del paziente, non aiuta la comprensione dell’evento riabilitativo, ed allontana dalla consapevolezza del fatto che è necessario trovare soddisfazione nell’aiuto al paziente ed alla sua famiglia, piuttosto che nella cura della patologia.

Dobbiamo imparare a prenderci cura e non a curare.

Il nostro obiettivo può essere solo quello di migliorare una funzione residua, o ancora, in altri solo quello di dare tutte le cure e la cura possibile nel tentativo di ridurre la sofferenza per migliorare la qualità del tempo che loro resta da vivere.
Ma cosa succede a noi operatori nel contatto con il paziente affetto da queste patologie?
Il nostro senso di onnipotenza di ‘coloro che portano terapia’ vacilla, non possiamo gratificarci del miracolo della guarigione, ma dobbiamo imparare a prenderci cura dell’altro, della sua famiglia, contattando il loro limite, il nostro limite.
Ma molto spesso avviene che l’angoscia che emerge dal contattare la nostra impotenza, fa si che curiamo solo il guaribile.
Spesso ancora si cura solo la parte del corpo ‘curabile’, mentre la riabilitazione della persona con patologia cronica dovrebbe essere ancor più globale, per tendere non solo al recupero nei limiti del possibile dell’organo leso, ma anche al recupero globale dell’individuo nel suo ambiente di vita.
Quali sono i diritti della persona affetta da patologia cronica?
Nella prospettiva attiva di convivenza con la propria condizione espressa dall’O.M.S., e ripresa dal Piano Sanitario Nazionale, si considerano una serie di esigenze del malato in questione,cui corrispondono una serie di diritti.
Cito Santanera e la Fondazione Cancan 1988: la persona affetta da patologia cronica e/o evolutiva ha il diritto di essere curata anche se inguaribile, e con lo stato di salute che le resta ha il diritto di:

• non venire trascurata perché non costituisce un caso scientificamente interessante;
• di avere ausilii che le permettano di vivere meglio;
• di non venire trasferita in modo forzato dove c’è posto lontano da casa e dagli affetti
• di non essere segregata dalla vita sociale;
• di essere ascoltata quando esprime parere sulle cose che la riguardano personalmente.

Noi ascoltiamo il parere di questi pazienti sulle cose che li riguardano?
Quello che accade più frequentemente è che la presenza di una persona diversamente abile, può scatenare nell’altro vissuti di ansia e di rifiuto.
Vissuti che se non verbalizzati ed elaborati, possono dare luogo ad una formazione reattiva ed a comunicazione a doppio legame.
L’handicap evoca nel normodotato l’insostenibile consapevolezza della fragilità del corpo e fantasie riguardo all’imprevedibilità ed all’impotenza nei confronti di determinati eventi spiacevoli.
Ed il tutto diventa un diffuso vissuto di disagio che viene proiettato sul paziente.
La disabilità acquisita in età adulta ha caratteristiche particolari e diverse da quelle a insorgenza perinatale, prenatale, o infantile.
In questi casi le famiglie sono costrette a fare un lungo e doloroso cammino di adattamento ad una situazione imprevista e spesso drammatica.
Abbiamo visto che questo può seriamente mettere in crisi la struttura familiare e la coesione di coppia, ma lascia però intatti i ruoli familiari principali: mamma e papà continuano a fare mamma e papà.
Nei casi di disabilità acquisita in età adulta, le cose cambiano totalmente.
La rilevante ferita narcisistica dovuta alla perdita dell’efficienza fisica, le barriere culturali ed architettoniche, la maggiore difficoltà del disabile ad esprimere le proprie emozioni e sentimenti, e dall’altra parte le difficoltà dei ‘normodotati’ ad esplicitare sensazioni negative o positive nei suoi confronti, sono fattori che rinforzano negativamente il vissuto di frustrazione ed impotenza.
Torniamo alle problematiche cui ci siamo riferiti precedentemente.
Nella maggioranza dei casi, queste patologie colpiscono persone che hanno già acquisito un ruolo adulto sociale e familiare: lavorano, sono sposate, hanno figli.
In questi casi la disabilità stravolge oltre gli affetti, anche la strutturazione dei ruoli all’interno della famiglia: il coniuge ed i figli devono assumere rapidamente il ruolo di genitori nei confronti del parente ammalato.
Questo ruolo viene assunto nella maggioranza dei casi, con amore e forza ammirevoli, ma ci si accorge presto che dietro il superattivismo richiesto dalle attività di riabilitazione, c’è una domanda spesso non posta in maniera esplicita, ma quanto mai pregna di angoscia per il futuro: tornerà come prima?
Un intervento riabilitativo che abbia un senso etico prima ancora che terapeutico, non può fare a meno di dare una risposta a queste domande.
Come si sente la moglie o il marito a non avere più accanto un marito o una moglie come prima?
In che modo questo evento influenzerà la crescita dei figli?
Come potrà quest’individuo già così colpito dall’evento malattia, imparare un nuovo stile di vita, se non insieme alla sua famiglia, imparare a riconoscere ed a mobilitare risorse nuove per un nuovo equilibrio?
Dobbiamo avere presente che nelle patologie sopravvenute in età adulta e causa di disabilità croniche, la persona si trova sempre di più col passare del tempo, a non essere più genitore e coniuge, non più lavoratore ma invalido, spesso non più in compagnia di amici, ma accudito da persone pagate per fargli compagnia.
C’è da aspettarsi che inconsciamente boicotti la attività riabilitative perché il gioco non vale la candela. Perchè se non aiutato adeguatamente, non troverà dentro di sé la forza e la voglia di trovare nuove possibilità di ruolo sociale e familiare, di relazioni, di un identità che non confluisca e si esautori in quella di ‘invalido’.
Ma mentre il paziente,come spesso accade, agisce la sua resistenza alle terapie, quasi sempre si sviluppa nei familiari un rancore inconscio perché ‘sembra che lo faccia apposta a non applicarsi seriamente alle terapie’.
I familiari che vivono al limite delle forze psicofisiche, sobbarcandosi un carico di fatica e responsabilità notevoli, volenti o nolenti si aspettano che il proprio congiunto faccia tutto il possibile per recuperare il suo ruolo di responsabilità.
Ma se questo non avviene, ecco che gradualmente si instaura nella famiglia un clima di rimprovero e di stress che spesso pesa più di quanto non pesi il trauma stesso.
Col tempo tutti i componenti della famiglia rimangono paralizzati in ruoli immutabili:

• il coniuge dedito, ma insoddisfatto ed arrabbiato;
• i figli , suoi alleati condividono lo stesso ruolo e la stessa irritazione per ‘questo figlio che non vuole imparare’;
• il diversamente abile, spesso in colpa per non riuscire a trovare dentro di sé la forza che gli viene richiesta, e non conoscendo i suoi stessi sentimenti, si rifugia dietro una maschera di impotenza.

Le conseguenze di tutte queste dinamiche emozionali e relazionali, sono osservabili nell’ambito pel percorso riabilitativo, mettendo in discussione se non riconosciute ed affrontate, la riuscita stessa dell’atto terapeutico.
La centralità dell’approccio riabilitativo deve spostarsi nel saper cogliere e sviluppare il momento quasi irripetibile dell’inizio possibile di un percorso di recupero delle condizioni di vita.
Si tratta, quindi, di puntare tutto sulle risorse individuali e della famiglia, sull’aiuto qualitativo alla scoperta e definizione di progetti di vita compatibili con le capacità e le motivazioni dell’individuo diversamente abile e dei bisogni, sentimenti e aspettative dell’intero nucleo familiare.
Si tratta cioè, di saper cogliere negli sguardi, nelle azioni, nelle domande poste, ed in quelle mai fatte, ciò che realmente sta accadendo, per far rinascere quella voglia di vivere intrappolata nel dolore.
Per finire quindi, la presa in carico, nell’atto di stipulare il contratto terapeutico deve tenere conto dell’aspetto terapeutico specifico, cioè il tipo di trattamento riabilitativo e di quell’insieme di compiti formativi, educativi, di intervento di supporto psicologico di contenimento emozionale, di modifica adattiva all’ambiente, in modo da consentire al paziente ed alla sua famiglia la comparsa di miglioramenti sul piano clinico, e la possibilità di vivere nel miglior benessere possibile.
Avendo ben presente che una buona qualità di lavoro non è solo a beneficio del paziente, ma anche dell’operatore, che constatando l’efficacia del suo lavoro, ricava maggiore soddisfazione con conseguente riduzione del rischio burnout.
E per concludere, ci ricordiamo di Winnicott quando diceva che ‘siamo veramente poveri se siamo soltanto sani’.
Quindi forse possiamo imparare a rispettare non solo a mobilitare e rispettare le parti sane del paziente, ma anche a rispettare le nostre parti malate ed attraverso esse, scoprire nuove possibilità di contatto con l’altro, ‘diverso’ da noi; cioè chiunque altro essere umano.

 

 BIBLIOGRAFIA:

- F.Iesu: Handicap e riabilitazione
Ed. Tecnodid
- D.Ianes: La valutazione iniziale dell’Handicappato
Ed. Erikson
- Soresi: Psicologia dell’Handicap e riabilitazione
Ed. Il Mulino
- A.M. Sorrentino: Handicap e riabilitazione
Ed. La Nuova Italia Scientifico
- M:Zanobini, M.C.Usai: Psicologia dell’handicap e della riabilitazione
Ed.F.Angeli
- B.Bettelheim: Un genitore quasi perfetto
Ed. Feltrinelli
- M.Malagoli Togliatti, A.Lubrano Lavadera: Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia
Ed. Il Mulino
- P.Watzlawick: Pragmatica della comunicazione umana
Ed. Astrolabio
- M.Mastropaolo: Il sé rivelato
Ed.Franco Angeli.

vacheron constantin replica watches