D. Moriniello - "Arte terapia in oncologia"
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“Rivivere il corpo dopo il dolore: danzare un’emozione”
Un'esperienza di arte terapia in oncologia

A cura di: D.Moriniello, I.Bolognini , L. Esposito

Andate e lasciate che le storie,
ovvero la vita, vi accadano,
e lavorate queste storie dalla vostra vita,
riversateci sopra il vostro sangue
e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno,
finché non fiorirete.

(Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi)


L’esperienza dell’incontro con la malattia oncologica segna uno spartiacque profondo nella vita delle persone: cambiano le prospettive, il senso del tempo, le relazioni, i valori e le priorità. Le persone libere da malattia da molti anni riportano di essersi sentite sostenute durante la fase acuta della diagnosi e dei trattamenti, ma di essersi sentite trascurate durante il follow-up. La fine della cura è generalmente vissuta come il tempo per gioire per la fine dei trattamenti e ci si aspetta di tornare alla vita precedente alla diagnosi, sentirsi come “prima” e, quindi, riprendere la routine quotidiana. Eppure, la lungosopravvivenza è una condizione che comporta sofferenze, dubbi, angosce e paura rispetto alla possibilità che la malattia si ripresenti. Il vissuto di solitudine e l’angoscia trasformano spesso l’attesa dei 5 anni successivi all’esordio della malattia, in una sorta di limbo denso di non vita che mina le relazioni affettive familiari e sociali e in cui la consapevolezza di non essere morti non si traduce in una vera e propria scelta di vita. Una volta conclusi i trattamenti, ciò che risulta più difficile non è tanto “tornare alla quotidianità” quanto, piuttosto, la scoperta di ciò che “ora è normale”. Si guarda alla propria vita con occhi nuovi e ciò che prima era considerato “normale” ora non lo è più, così come ciò che un tempo era considerato lontano dal proprio modo di vedere può, invece, essere ritenuto vicino e importante. Il periodo successivo alla malattia, quindi, è da considerare pregno di contenuti significativi e parte integrante del processo di presa in carico globale del paziente oncologico.

Da qui nasce l'idea del progetto intitolato " Rivivere il corpo dopo il dolore: danzare un'emozione", proposto dall'Associazione culturale “Virgilio – ricerca e percorsi in psicologia”, in collaborazione con la SSD di Psiconcologia “Qualità di vita”dell’Istituto Nazionale Tumori ”Fondazione G. Pascale” diretta dal Dott. Francesco De Falco e con il contributo della Dott.ssa Daniela Barberio e della Dott.ssa Valentina Abate.

Questo progetto si inserisce tra le diverse attività terapeutiche volte al recupero della qualità di vita globale del paziente oncologico nel periodo immediatamente successivo alla malattia ed ai relativi trattamenti ad essa connessi. Il progetto, rivolto a 9 pazienti donne seguite dall’INT G. Pascale per i controlli di follow-up, si è articolato in 4 incontri di gruppo, ciascuno della durata di 3 ore, svolti presso la S.C. Chemioterapia - DH (Responsabile Dott. Sandro Pignata). I gruppi sono stati condotti dalla Dott.ssa Daniela Moriniello, psicologa- psicoterapeuta della Gestalt, dalla Dott.ssa Ida Bolognini, psicologa clinica, in collaborazione con Claudia Pane, insegnante di tango argentino.

Ogni incontro si è basato sui seguenti temi:
1. Riabitare il proprio corpo.
2. Il contatto e la fiducia.
3. La riscoperta del corpo nella comunicazione. Danzare un’emozione.
4. Dal corpo violato al corpo rinato: la scelta di vita.

L'obiettivo principale è stato quello di dare ‘corpo’ ai vissuti emotivi legati alla malattia per evitare che paura e dolore si trasformino in una vera e propria disabilità alla vita. Per fare questo ci si è avvalsi di tecniche di mediazione artistica, rivelatesi strumenti efficaci di integrazione ed elaborazione di vissuti legati ad una ferita narcisistica profonda e all’autoconvinzione di non poter ritrovare e reinventare la vita.
È fondamentale sottolineare che tale progetto:

  • Non si propone di sostituire cure psicoterapiche e/o riabilitative, bensì di affiancarle.
  • Attraverso l’attivazione di strumenti della psicoterapia di gruppo della Gestalt, favorisce la consapevolezza dei propri vissuti emotivi, in rapporto a sé stessi e agli altri.
  • Facilita la conoscenza delle dinamiche presenti nel gruppo, promuovendo la capacità di sperimentare modalità relazionali più proficue ed adeguate all’hic et nunc.
  • Attraverso il sinergismo delle tecniche esperenziali di psicoterapia di gruppo e le tecniche espressive, si propone di dare voce ai vissuti presenti e trasformare gli stessi da motivi di isolamento in ricchezza relazionale ed emozionale. Questo spazio protetto, ludico e di condivisione, permette il superamento della paura del nuovo e l’aprirsi a nuove modalità di “essere-con”.

A partire dal primo incontro è stato evidente un movimento dinamico del gruppo ed un passaggio graduale da un vissuto iniziale di disorientamento, generato dal rinarrare la propria esperienza di malattia e, quindi, dalla condivisione del dolore, fino ad arrivare ad un vissuto di leggerezza che le pazienti hanno detto di aver sperimentato anche nei giorni successivi agli incontri di gruppo. Parliamo di quel vissuto di leggerezza che nasce dal permesso di affidarsi all’altro nella relazione, di fidarsi e lasciarsi guidare. Il peso del dover guidare e controllare, tipico dell’essere donna, è emerso con forza durante tutti gli incontri. Ogni donna grazie agli esercizi di tango in coppia, ha avuto modo di sperimentare, prima attraverso il canale non verbale e di verbalizzare poi nei momenti di restituzione, la difficoltà ad accettare il bisogno di essere guidata e di lasciarsi andare. Le pazienti hanno collegato il vissuto sperimentato nel qui ed ora degli incontri, alla difficoltà durante il periodo delle cure a lasciarsi andare alla relazione con gli altri (amici, familiari, partner). Questa difficoltà spesso si traduce in una colpevolizzazione dell’altro (“non mi comprende abbastanza, non mi ascolta, non potrà mai capire cosa sto attraversando”), per poi rendersi conto che le difficoltà dell’altro si incontrano e scontrano con la propria difficoltà a lasciare il controllo, ancora di più in un momento in cui, quella perdita di controllo, quella capacità di lasciarsi andare, rappresentano per il paziente una collusione con l’identità di malato, un’identità non scelta, facendo avvertire ancora di più quell’alienazione dal proprio ruolo di donna, madre e moglie. Non bisogna dimenticare che la possibilità di lasciarsi andare è ancor di piú complicata in quanto implica darsi la possibilità di far pace con l’esperienza di malattia, darle senso ed integrarla nella propria esistenza, venirne a patti definitivamente.

La malattia oncologica produce un’importante modificazione dell’immagine di sé, una ferita dolorosa che, sul piano affettivo, equivale ad un non riconoscimento della propria immagine, un rifiuto di quello che non viene più esperito come tramite di relazione intima ed affettiva con l’altro. Un corpo che all’improvviso diventa protagonista in negativo della vicenda esistenziale, che porta in sé la memoria della malattia e che potrebbe ancora riprodurla, un corpo che emerge ora come figura disturbante sullo sfondo di una quotidianità da recuperare. La mancanza del canale corporeo come contatto affettivo genera isolamento e penuria di stimoli emotivi. Questo blocco del contatto cerca, e spesso trova, conferma nella relazione con l’altro dell’idea pregiudiziale di non avere più un corpo che può vibrare, esprimere, emozionarsi, amare.

“Il corpo vissuto non è solo una cosa nel mondo ma un modo in cui il mondo viene ad essere.”
Il concetto di “embodiment” è particolarmente centrale in letteratura, in quanto sottolinea quanto gli esseri umani non solo hanno un corpo, ma sono corpi e tutto ciò è fondamentale affinché una persona riesca pienamente a sentire se stessa e ad essere inserita nel mondo sociale.

Come afferma Turner: “Posso toccare, sentire, odorare e vedere il mio corpo, ma ho bisogno del mio corpo per poter realizzare queste attività del toccare, sentire, odorare e vedere. Posseggo il mio corpo in un senso molto più completo ed immediato rispetto a come potrei mai possedere altri oggetti. E anche se posseggo il mio corpo in questo totale senso, la vera intimità del possesso è la fonte della mia distruzione, poiché la morte del mio corpo è anche la mia morte.”

È attraverso il linguaggio autentico ed immediato del corpo che le pazienti hanno compreso in modo viscerale quanto il permesso a lasciarsi andare e guidare non equivalga ad una perdita di potere, bensì ad una maggiore presenza nella relazione con l’altro. Farsi guidare non vuol dire essere passivi ma rimanda alla corresponsabilità della relazione: vi è responsabilità nel guidare, ma vi è responsabilità anche nello scegliere di fidarmi dell’altro che mi sta portando.
Da qui la scelta del tango come tipologia di comunicazione in cui le parole sono bandite e ci si affida al solo dialogo fra i corpi, in una connessione profonda che solo la comunicazione non verbale di tipo non logico permette, bypassando tutte le sovrastrutture della razionalità. L’abbraccio nel tango è fondamentale, è la creazione dello spazio in cui l’apertura all’altro diventa ascolto; nell’abbraccio non ci si appoggia all’altro, ma si crea con l’altro uno spazio paritario in cui interagire.
Si tratta di una fusione guidata dal fatto che si ascolta la stessa musica, lo stesso ritmo e che promuove il controllo di sé e la fiducia nell’altro.

"Io crederei solo ad un dio che sapesse danzare. E quando vidi il mio diavolo, lo trovai serio, esatto, profondo e solenne. Era lo spirito della gravità, per lui precipitano tutte le cose: non si uccide con l'ira, ma con il sorriso. Su, uccidiamo lo spirito di gravità! Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora è un dio che si serve di me per danzare. Così parlò Zarathustra."
(F. Nietzsche)

Lo strumento della danza permette di raccontare senza parlare, di ascoltare e di comunicare ciò che non si sa di sapere. In Ogni narrazione verbale i vissuti profondi ed emozionali spesso si confondono con l’”automanipolazione” del pensiero. Raccontare attraverso il corpo, invece, re-imparando la leggerezza perduta, permette di risperimentare se stessi nel mondo, ricostruendo la propria storia nell’immediata esperienza della relazione. Il proprio corpo può essere di nuovo sperimentato come scrigno di ricchezze dimenticate in cui scoprire la possibilità di recuperare il vissuto della malattia, non più come mostro da uccidere, ma come parte della propria vicenda esistenziale e come dote nella riscoperta di senso della vita.

La scelta del tango come strumento operativo all’interno di questo discorso si basa dunque sulla considerazione che, al di là degli stereotipi, la coppia/tango sia un’efficace metafora delle principali tematiche relazionali: l’impatto emotivo della vicinanza e della fusione con un altro corpo, con lo scambio energetico ed emozionale che ne deriva, l’alternanza di azione e ricettività, di equilibrio e squilibrio, di silenzio e parola, sono tutte rappresentazioni del modo in cui ognuno gestisce la relazione con sé e con l’altro. Si tratta di una comunicazione “immediata”, diretta, tra due corpi che parlano senza parole e, in questa immediatezza, offrono un punto di osservazione privilegiato su ciò che attraverso il corpo si sente, si accetta o si rifiuta. Si tratta di un tango che insegna la vita, un movimento pregno di senso in grado di potenziare le risorse di ogni persona e di recuperare quel sano egoismo, quel volersi bene che non è altro che la riappropriazione di sé in quanto donne. E’ grazie al gruppo e alla compartecipazione che l’implicito diventa esplicito sulla base della mobilitazione di logiche non razionali molto più immediate e dirette.

All’interno di uno spazio di realizzazione e di creatività, di incontri umanizzati densi di significati, la danza diviene strumento privilegiato per dar voce alla propria fertilità. Accettando la paura iniziale del mettersi in gioco nel contatto con l’altro, le partecipanti hanno danzato le proprie difficoltà, dando inizio ad un dialogo di permessi reciproci. Dai loro sguardi, dai loro movimenti, dalla loro intesa e complicità e dalle loro parole è emersa con forza la scelta di vita, scelta che è successiva, diversa ed ancora più faticosa della lotta per sopravvivere alla malattia. A partire dal secondo incontro la malattia ha iniziato a non parlare al posto delle donne, ma a lasciare spazio alla forza e alle risorse fertili e vitali, a quella forza che non si traduce necessariamente in un copione di vittima rispetto all’esperienza traumatica vissuta. Durante il primo incontro di costituzione del gruppo, infatti, ha prevalso l’identificazione con la malattia (“Siamo tutte uguali e solo noi possiamo realmente comprenderci sulla base della condivisione dell’esperienza di malattia”) che poi nel corso degli incontri successivi, ha lasciato spazio ad una trasformazione della stessa verso un recupero della propria identità di donna e delle proprie differenze individuali, diventate vere e proprie risorse per il gruppo.

Questo è possibile solo se il gruppo non si chiude in un bozzolo emotivo e se non si attua una fuga da quell’identificazione iniziale con la malattia e con la paura che essa comporta ma se la si accoglie, scegliendo il modo di canalizzarla e trasformarla. Si tratta di mettere luce sulla scelta di vita di queste donne, sul loro coraggio, attraverso un’altra scelta preliminare ed ancora più complessa: l’assunzione di responsabilità rispetto al “cosa me ne faccio dell’ esperienza di malattia”. Uno degli obiettivi fondamentali di questo laboratorio è aiutare queste donne a sviluppare un’identità gruppale, che in questo percorso è stata fortissima sin dall’inizio, in cui è possibile passare dall’ostinato “voglio ritornare ad essere quella di prima” alla scoperta rispetto a “chi sono realmente oggi alla luce dell’esperienza vissuta”. È proprio in questo che sta il potere dell’essere umano anche di fronte all’impotenza provocata da esperienze di vita traumatiche e sicuramente non scelte. Se riprendo questo potere che è solo mio e non può derivare dall’esterno, allora posso anche scoprire che il non essere più quella di prima non corrisponde inevitabilmente ad essere peggiore, bensì, con grande stupore, ad essere una persona migliore.

L'identità trova un sostegno concreto nella presenza degli altri e il laboratorio proposto è stato uno spazio di grande autenticità .Se si resta bloccati nell‘identificazione con la malattia anche il rapporto con il proprio corpo resta oscurato ed emergerà sempre in primo piano l’immagine di un corpo ferito, mutilato, segnato dalla sofferenza. Un corpo impossibilitato ad aprirsi all’altro, che diventa prigione, guscio difensivo che innesca rigidi meccanismi di difesa che possono risultare in profondi vissuti di solitudine.

Come afferma Liliana Dama (2007):
“Di certo le terapie a cui mi sono sottoposta, l’avere smesso improvvisamente di fumare, la menopausa e le frustrazioni hanno modificato il mio aspetto. […] Se mi guardo allo specchio, attraverso i cambiamenti che osservo all’esterno immagino ciò che avviene dentro il mio corpo e non posso non compiangermi per le ferite che lo attraversano, tatuaggi obbligati di sofferenze ancora troppo vicine. Ogni volta sono assalita da una rabbia profonda, l’emozione che più di altre, in questo periodo, esprime la negazione della morte e che a volte è tanto acuta da attanagliarmi in una morsa. In alcuni momenti vorrei gridare la mia voglia di cancellare il cancro e continuare a vivere, non tanto per raggiungere l’immortalità della fama – come immaginavo ingenuamente da ragazza – ma solo per godere del quotidiano, senza troppe pretese. In punta di piedi.”

È solo restituendo voce al corpo di queste donne che si può creare la trasformazione dal corpo mutilato al corpo rinato. Attraverso tecniche di rispecchiamento e di identificazione, le pazienti sono entrate in contatto con le proprie resistenze e difese (collocandole soprattutto nella zona delle spalle, come pesi da portare) e riconoscendole ed accettandole hanno riscoperto zone di apertura e di forza (in particolare le mani, i piedi ed il petto). Questo è stato possibile grazie ad esercizi di grounding che hanno permesso prima un contatto con se stesse (chi sono, dove sono e come sono qui, quale emozione sto portando nel gruppo) per poi aprirsi all’incontro con l’altro.

Durante ogni incontro è stato possibile notare quanto l’esperienza del contatto creativo nel gruppo permettesse alle pazienti un cambiamento nel modo di parlare di sé e di raccontarsi; abbandonandosi all’incontro fertile ed autentico con l’altro la malattia diventa sfondo e la femminilità diventa figura. Così, nelle fasi di restituzione e verbalizzazione delle esperienze corporee vissute, abbiamo osservato l’emergere di frasi ben lontane dal copione di vittima e dall’identificazione totale con la malattia, ma ricche di immagini relative alla forza, alla scoperta e alla rinascita. Attraverso questo scambio le pazienti hanno sperimentato la possibilità di “accogliere nel proprio sguardo quelle impressioni con cui il mondo mi si offre e con cui io mi offro al mondo…la mia esposizione al mondo” (U. Galimberti, Il Corpo)
Così, alla fine, immagini e fantasie di ballerine danzanti, indiane riunite intorno ad un fuoco, cerchi concentrici, onde in movimento, hanno chiuso questa breve ma intensa esperienza clinica, dando voce alla scelta di vita, alla trasformazione del dolore e alla nascita di relazioni autentiche basate sulla condivisione, sulla fiducia ma soprattutto sul permesso di ritrovare se stesse.

Questa esperienza dimostra, come afferma Kitwood (1993), l’importanza di puntare a:
“scoprire la persona, non la malattia” constatando “la dolorosa verità che noi e loro apparteniamo ad un’unica umanità. Tutti noi siamo danneggiati o mancanti in qualche modo. Tutti noi abbiamo sentimenti, intenzioni e azioni con un significato [...] Quando scopriamo la persona [...] scopriamo anche qualcosa di noi stessi, per questo quello che alla fine dobbiamo offrire non è l’abilità tecnica ma il nostro potere di sentire, dare, stare nelle scarpe di un altro, attraverso la nostra immaginazione.”

Come diceva Otto Rank, il paziente deve imparare a vivere con la sua scissione, con il suo conflitto, con la sua ambivalenza, che nessuna terapia può eliminare poiché se lo facesse, porterebbe via con sé la vera fonte della vita. E’ proprio nel contemplare la possibilità delle frammentarietà, di istanze diverse e in conflitto, di parti reiette e quindi escluse dai normali livelli di coscienza, che possiamo recuperare quella dinamica relazionale dell’Io e Tu, di cui parlava Buber, all’ interno di noi stessi, in cui la figura e lo sfondo danzano un antico e sapiente alternarsi nel qui ed ora del fenomeno, del campo generato dalla relazione tra le parti.
E’ nell’accettazione che la frammentazione diventa molteplicità, che diverse parti di sé con diverse istanze, diventano potenziali creativi, possibilità di comprensione ed azione nella realtà personale e relazionale nella quale viviamo.

B. Pasternak scriveva:
“Io non amo la gente perfetta,
quelli che non sono mai caduti,
non hanno inciampato,
a loro non è svelata la bellezza della vita.”

 

Bibliografia

• Annunziata M. A., “Dinamiche psicologiche e processi di cambiamento corporeo nello stato di malattia”, in Atti dell’VIII Convegno Nazionale di Psiconcologia “L’integrazione tra cure mediche, trattamento farmacologico e intervento psicologico in oncologia”, Strano ed., Catania, 2003.
• Bellani M.L., Morasso G., Amadori D. et al., Psiconcologia, Masson ed., Milano, 2002.
• Buber M., l’Io e il Tu, Pavia, Irsef, 1991.
• Dama L., Voglia di leggerezza, Guida, Napoli, 2007.
• Galimberti U., Il corpo, Feltrinelli, Milano, 1987.
• Kitwood, T., “Discover the person, not the disease”, Journal of Dementia Care, 1993, 1(1): 16-17.
• Leder D., The Body in Medical Thought and Practice, Kluwer Academic, London, 1992, p.25. Cit. da: Heath H., White I., The Challenge of Sexuality in Health Care, Wiley-Blackwell Science, 2002.
• Pasternak B., Il Dottor Zivago, Feltrinelli, 2003.
• Pinkola C. Estés, Donne che corrono coi lupi. Il mito della donna selvaggia., Frassinelli, 1993.
• Turner B., The Body in Society, Basil Blackwell, Oxford, 1984, p.233. Cit. da: Heath H., White I., The Challenge of Sexuality in Health Care, Wiley- Blackwell Science, 2002.